Una definizione speciale di questo “Hungry”

Ripensavo ad Amèlie Nothomb in questi giorni di Salone del Libro. Ripensavo a lei perchè i suoi libri mi han dato momenti davvero indimenticabili. Ho così deciso di raccontarla sia qua, come Curvy Icon, che qua, a proposito del suo/mio rapporto con il cibo e con la fame.

Così, scartabellando, tra vecchie interviste, libri e frasi sottolineate, ho trovato una sua dichiarazione in seguito all’uscita del libro Biografia della Fame. Dichirazione che mi ha colpito parecchio, e che probabilmente, come spesso accade, era rimasta aggaciata nella mia memoria. Sopita ma viva. L’aggettivo Hungry che appare nel titolo di questo blog, per come lo intendo io, ha il senso della fame in generale. Quella che Amèlie Nothomb ha descritto così bene in queste parole:

“Credo di potermi considerare una campionessa della fame, e questo in tutte le categorie e i significati che si possono dare al termine. Parlo della fame di tutto ciò che esiste, che provo io: fame della realtà, degli altri esseri umani, dei sentimenti, della cultura, dei libri, dei paesi… La parola fame era la chiave attraverso la quale potevo accedere al massimo degli aspetti di ciò che sono”. Perché, sostiene, “la fame è la scuola del desiderio”. (Guido Caldiron, “La fame inesauribile di Amélie Nothomb”, in “Liberazione”, 12 aprile 2005)

 

Sono le Langhe il paradiso dei foodie?

Non sono mai abbastanza le buone occasioni per andare nelle Langhe, specie per chi come me, fa di ogni viaggio una scusa per comprare prodotti, provare ristoranti e passare pomeriggi di degustazione.

E’ così che ho accettato di buon grado l’invito dell’Ente Turismo Alba Bra Langhe e Roero a partecipare a un evento per foodblogger e  ho unito la possibilità di tornare in quella terra benedetta e di conoscere le colleghe foodblogger (deliziose pazze scatenate!). E’ a loro che ho dedicato la mia presentazione all’AlbaCamp. Ma tornando alle Langhe, mi chiedo, e vi chiedo: dovendo scegliere un (solo uno) luogo in Italia da definire “paradiso del foodie”, voi quale scegliereste? Lo so, non è una domanda facile, ma personalmente credo che le Langhe si possano piazzare decisamente in testa a questa classifica. C’è qualcosa in quella terra (così vicina alla Francia e così simile in fatto di culto per il buon mangiare), in quella gente (Carlo Petrini, Oscar Farinetti, Teo Musso, e tutti gli altri produttori e chef stellati di cui nelle Langhe vi è la massima concentrazione), in quei prodotti (i formaggi, i vini, i tartufi, le nocciole, per esempio) che me li fa considerare l’eccellenza delle eccellenze. Voi che ne pensate?

Io e le altre Lady Cook

Questa è una sintesi del mio intervento all’AlbaCamp (una specie di raduno per foodblogger organizzato dall’Ente Turismo Alba Bra Langhe Roero) del 29 aprile scorso.

Lady Cook. Donne, tradizioni e territori.

Chi sono le Lady Cook? Sono le Domestic Dive della nuova era. Non è chiaro? Bene, allora incominciamo questa storia dall’inizio. C’erano una volta le casalinghe anni cinquanta e sessanta, in pratica le nonne delle Lady Cook. Donne che cercavano la loro realizzazione all’interno delle mura domestiche..

Poi, con gli anni sessanta, le nostre mamme ci hanno invece insegnato a stare lontane dai fornelli, e che la libertà era fuori dalla cucina!

Noi, siamo cresciute negli anni ottanta e novanta, proprio quando irrompeva l’industria dei cibi pronti e quella delle merendine. Cucinare era scaldare il surgelato. Nelle cucine troneggiava il microonde.

Siamo state svezzate a Sex and The City negli anni duemila, quando il must era comprare piccole cucine e armadi grandi e impegnare il tempo e le energie in attiva ben più glamour di cucinare (far carriera, fare shopping, fare sesso).

Poi?

Ora le Lady Cook hanno finalmente invertito la tendenza, trovato una nuova strada e sono il simbolo di una generazione. Ridefiniscono il concetto di housewife (che lavora, ha un blog, una propria linea di prodotti, spesso non è wife…e men che meno è desperate!). Le Lady Cook sono interpreti di una nuova femminilità e di un contemporaneo essere donna.

Riscoprono il piacere di un cibo che non è solo nutrimento, ma che mette in relazione con se stessi e con gli altri. Un cibo buono, legato alla terra, alle tradizioni e alla scoperta.

Sintesi perfetta di passato e futuro, tradizione e rivoluzione, le nuove donne, le lady cook, usano il web e i loro blog da eroine postmoderne. Io le adoro!

10 modi di festeggiare il No Diet Day

Il 6 maggio si festeggia in tutto il mondo il No Diet Day. Purtroppo in Italia non è molto conosciuto: io ne avevo parlato lo scorso anno, prima di allora non se n’era mai letto. Pian pianino inizia ad essere ricordato anche qua da noi, grazie alle curvy blogger che stanno diramando – specie su Twitter – la notizia.

Io quest’anno ho deciso di festeggiarlo con questo post, scegliendo per voi alcuni spunti per festeggiare il No Diet Day:

1. Leggere questo articolo sul Fatto Alimentare a proposito della Dieta Tisanoreica

2. Leggere questo sondaggio e inquietarsi! Ma davvero sognate di avere il lato B di Belen??

3. Cucinare una crostata, o una focaccia, o qualsiasi altra preparazione che preveda un lavoro di impasto, lievitazione e forno. Qualcosa da condividere con gli altri, per riscoprire il piacere conviviale del cibo

4. Fate shopping e compratevi un costume colorato, se questa estate si decide ad arrivare, meglio non farsi trovare impreparate a mostrare le curve. Come queste ragazze.

5. Prenotare un tavolo nel miglior ristorante della vostra città e andateci con le amiche o con il vostro marito/fidanzato

6. Se avete deciso di perdere qualche chilo, informatevi sull’Intuitive Eating, oppure leggete il libro Pane al Pane, Vino al Vino di Fabio Piccini

7. Fare caso alle pubblicità dei prodotti dimagranti e delle diete che passano in televisione, che sono pubblicate nelle riviste o esposte nei centri estetici: non vi sembra che dicano sciocchezze? Banalità? E che vi trattino come consumatrici senza cervello?

8. Conoscere Susie Orbach e la sua DietchingDiet campaign.

9. Provate a fare due conti (libri venduti, prodotti venduti, consulenze e sovraesposizione mediatica), e chiedetevi quanto ha guadagnato il signor Dukan con la sua dieta..

10. Segnatevi la data del 26 giugno in agenda. Prestissimo scoprirete il perchè.

La musica si sa, ha tutt’altre priorità che poco si accordano alle convenzioni. Ecco a voi: Le Rivoltelle.

Dopo l’intervista di marzo a Iskra Menarini, prosegue la collaborazione con il MEI – Meeting dell’Etichette Indipendenti, per raccontare donne fuori dagli schemi. Ora è il turno della scatenate Rivoltelle, una rock band tutta al femminile. Quattro musiciste. Quattro donne. Elena, Alessandra, Paola e Angela.

Quattro giovani rockers calabresi che scelgono la musica come arma di ribellione alle consuetudini:sono Le Rivoltelle. Un plurale femminile che ben rappresenta la personalità ironica e anticonformista della band: sono gli strumenti musicali le loro vere armi, le canzoni i loro proiettili, le emozioni del pubblico il loro bersaglio.

“Il nostro percorso comincia quattro anni fa quando decidiamo di unire in un corpo solo quattro distinte anime musicali.

La scelta di ribellarci ad una consolidata consuetudine che vuole le ragazze rincorrere lo stereotipo di donna, mamma, moglie perfetta nasce dall’esigenza, viva in ognuna di noi, di fare musica e la musica si sa ha tutt’altre priorità che poco si accordano alle convenzioni.”

La musica salva, emancipa lo spirito dal corpo che non ha più regole alle quali conformarsi, non ha più standard da seguire.

Quando suoniamo a parlare per noi è la voce dell’anima alla quale non interessa in quale corpo alberga. Suonare necessita di tempo, devozione, passione smisurata che non lascia spazio a paranoie su eventuali inestetismi estetici che ognuna di noi potrebbe avere o che naturalmente ha.”

La dimensione estetica, che pure ha una sua importanza è vissuta in totale spensieratezza. “Indossiamo abiti che ci piacciono e che rappresentano al meglio la nostra anima rock. Anche il nostro rapporto con il cibo è di totale serenità. Siamo fortunate.

La nostra musica è il modo che noi abbiamo per dire che un’altro mondo è possibile, un mondo in cui la donna viene valorizzata in quanto portatrice sana di virtù e non per la misura di un reggiseno.

La nostra voce vuole essere un canto di solidarietà per tutte quelle ragazze che vivono perseguitate da modelli inarrivabili, per tutte quelle anime in pena che sopravvivono ogni giorno ai morsi della fame, per tutti quegli spiriti incatenati ad un corpo che disprezzano.”

E la nostra rabbia va contro tutti quelli che contribuiscono in modo ignobile  ad alimentare questa cultura dell’apparenza.

W le Matrigne

Vi avviso, questo è un post politicamente scorretto. E’ da qualche tempo che penso di scriverlo e ora finalmente è arrivata la giusta occasione: il mondo si è accorto delle matrigne! La storia in generale, e le fiabe in particolare, possono essere lette anche dal loro punto di vista. Parlo naturalmente di Mirror Mirror, il film appena uscito nelle sale che ripercorre la storia di Biancaneve dove Julia Roberts interpreta la perfida matrigna, e parlo anche di Angelina Jolie, che sarà la strega di Maleficient – la bella addormentata nel bosco che uscirà nel 2014.
Quelle delle matrigne è la categoria più bistrattata, stereotipata e incompresa delle fiabe! A loro si attribuisce per partito preso: cattiveria, bruttezza, vecchiezza, malvagità e perfidia. Ma qualcuno si è mai preso la briga di domandar loro quanto è difficile la vita della matrigna? Se hanno fatto quel che hanno fatto, avranno avuto le loro buone ragioni, no?
Certe volte gli adolescenti sono completamente insopportabili, pensate allora quando si tratta di figli non vostri che vi odiano di default, vi criticano e non vi comprendono, non vi conoscono. Per quanto carini e affettuosi (diciamo solo alcuni, e diciamo principalmente maschi) a volte sanno essere vere e proprie iene, specie le femminucce (Biancaneve e le sue amiche sono femmine!). Noi non sappiamo come sia andata veramente no? I fratelli Grimm, il caro Andersen, il signor Perrault, mica ci hanno raccontato le pene delle matrigne. Crediamo davvero che Biancaneve, la Bella Addormentata, Cenerentola e tutte le altre fossero delle tenere, innocue e innocenti fanciulle? Avranno avuto, come tutti, le turbe adolescenziali e gli sbalzi d’umore.
Ripeto, le matrigne avranno avuto le loro buone ragioni, ne sono più certa, per essere un tantino incazzate con quei marmocchi. Io dico che rileggendone le storie ci si potrà accorgere chiaramente come il ruolo delle matrigne sia stato frainteso, sottovalutato, banalizzato: la vita delle matrigne, e lo dico con cognizione di causa, è davvero difficile.
Cosa sappiamo davvero delle matrigne? Se fossero state così perfide, brutte e malvagie perché mai i padri delle fanciulle se ne sarebbero innamorati? E dove sono questi padri? Ma soprattutto, dove sono queste madri, quelle vere, biologiche, sante, immacolate, buone? Non lo sappiamo, magari in una spiaggia a bere mojito con un toy boy, a vessare l’ex marito con richieste di alimenti. Suvvia, non generalizziamo!
Ben vengano allora Julia Roberts in versione matrigna di Biancaneve e Angelina Jolie in versione matrigna de La Bella Addormentata. Finalmente il ruolo delle matrigne ha una sua dignità! W le matrigne!

E finalmente parla Ashley Judd. Di cosa? Di come gli altri parlano di lei e del suo aspetto

I media hanno recentemente detto di tutto a proposito dell’aspetto paffuto di Ashley Judd, ma questa volta è lei a scriverne, convinta di non essere l’unico bersaglio di queste “attenzioni” ma certa che ogni volta che una donna viene chiacchierata in base alla propria figura si compia un atto misogino contro tutte le donne.

Abituata da sempre ad essere oggetto di maldicenze e pettegolezzi a proposito del suo viso più paffuto del solito, la Judd ha deciso di far sentire la propria voce affidandola ad un’intervista, perché convinta che l’offesa non sia una questione personale, ma di genere: lei come ogni donna (tutte noi) prima o poi ci siamo sentite giudicate, discriminate, chiacchierate, valutate sulla base del nostro aspetto fisico. Ve ne consiglio
la lettura: cliccate qui.

La cellulite non è una malattia, è un business

Non bastava il marchio Somatoline ad allarmarci con messaggi ipocondriaci, ora
anche Bionike usa lo stesso inquietante pay off: la cellulite è una malattia. Vi ricordate i tempi in cui si parlava di “inestetismo”, di “pelle a buccia d’arancia? Evidentemente non bastava far leva sul fattore estetico per incrementare le vendite, meglio sfondare il campo medico (Somatoline è un farmaco). E dire che la donna dello spot non sembra
affatto malata, anzi non ha proprio un briciolo di cellulite a dire il vero.

Ma nessuno controlla questi spot?

L’azienda Somatoline sta diventando sempre più aggressiva nella sua comunicazione, anche per quanto riguarda i prodotti AntiAge. Tra le ultime informazioni prodotte c’è
anche la ricerca “Quanti anni ha la tua pelle” commissionata da Somatoline Cosmetic e che ha coinvolto un campione rappresentativo di donne italiane tra i 30 e i 60 anni di età. Secondo la ricerca la paura dell’invecchiamento è abbastanza diffusa tra le donne italiane, solo un quarto del campione intervistato infatti sostiene di non pensarci. Cito testualmente Somatoline: “Molto spesso l’invecchiamento della pelle crea disagio e ha
ripercussioni sulla psiche delle donne. Il 56% di esse sostiene che guardandosi
allo specchio nota solo i propri difetti e vorrebbe vedersi più giovane per sentirsi a proprio agio. Circa il 17%, inoltre, segnala di non riconoscersi nel proprio aspetto, apparentemente più vecchio rispetto al proprio spirito.”
Somatoline chiede anche un parere medico al Prof. Antonino Di Pietro, specialista in Dermatologia e Presidente ISPLAD (Società Internazionale di Dermatologia Plastica-Estetica ed Oncologica) il quale virgoletta “(..)Il segreto per stare bene con sé stesse, evitando spiacevoli ripercussioni anche psicologiche quando ci si guarda allo specchio, dev’essere, quindi, prevenire e controllare l’invecchiamento cutaneo con corretti stili di vita, ma anche aiutandosi con prodotti specifici che, stimolando l’attività cellulare, ritardino ne ritardino i segni più evidenti sulla nostra pelle”.

Cosa?? Io credo che il ragionamento sia proprio inverso: il segreto per stare bene con se stesse, evitando spiacevoli ripercussioni anche psicologiche quando ci si guarda allo specchio, è quello di accettare che l’invecchiamento è un processo inevitabile. E’ giusto prendersi cura di se stesse, cercare di apparire sempre al meglio e avere un bell’aspetto.  Ma una crema antirughe, ammesso e non concesso che funzioni, non ci farà stare  meglio con noi stesse. Serve ben altro.

Ma tornando all’inquietante spot TV “la cellulite è una malattia”, come dicevo nelle righe sopra,  fino a qualche anno fa la comunicazione pubblicitaria puntava sull’inestetismo e l’idea era: la cellulite mi rende brutta, quindi se voglio essere bella devo combatterla. Ora l’equazione è: ho la cellulite quindi sono malata. E nessuna vuole essere malata, no?

E dire che tutte le donne che conosco hanno la cellulite: una vera e propria epidemia……

 

 

Ed eccoci a parlare di cosa è curvy e cosa non lo è…

Sapevo che prima o poi sarebbe giunta la necessità di dare una definizione alla parola curvy. L’esigenza è data dalla grande confusione che si sta generando attorno a questa parola. Personalmente ne do una definizione più di comportamento che di aspetto, perché in nessun modo credo che le donne possano essere incasellate, definite o giudicate sulla base dell’aspetto fisico. Quel che penso è che curvy non è un invito ad essere grassi, ma un invito ad essere unici, sani, diversi, se stessi. Curvy, significa letteralmente “formosa”, e le forme sono ciò che differenzia una donna normale da una ritoccata al Photoshop per esempio, o da una ossessionata con la dieta, una che crede che la bellezza risieda in una taglia 38 androgina. Curvy, come vado dicendo da parecchio tempo, è un modo di essere, non solo di apparire. Imprescindibile per me è poi parlare di corpo e bellezza, senza parlare di cibo: l’educazione alimentare è alla base della salute e quindi anche del benessere psicofisico e della nostra capacità di relazionarci agli altri e a noi stessi. Curvy è affrancarsi dai messaggi e dalle prassi che ci inducono ad avere un atteggiamento sbagliato con il cibo (junk food o pillole magiche per dimagrire, diete miracolose e libri per perdere peso-fai-da-te) e con il nostro corpo (magazine e advertising che propongono la magrezza estrema e insana come unico modello, creme per dimagrire, anticellulite, anti-invecchiamento).

Essere “curvy” significa amare il proprio corpo di donna, curarlo quando è malato, rispettarlo, mantenerlo sano tramite la giusta alimentazione e il movimento, consolarlo e dargli piacere, non fare nulla che possa danneggiarlo e mai mettersi contro di lui.

Per voi cosa significa curvy?