Arte e torte (no, il cake design non c’entra niente…)

Avete presente la sugar art, il cake design e tutte quelle attività che ruotano attorno all’autoconvinzione – da parte di chi l’esercita – che decorare del cibo, nella fattispecie una torta, sia un’opera d’arte? Bene, quel che sto per scrivere non ha niente a che fare con tutto ciò, dio me ne scampi. Piuttosto si tratta di un lavoro editoriale che mi ha stupito per originalità e spessore e che quindi vi segnalo con grande entusiasmo. Si tratta di CAKE – la cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente, una raccolta di opere d’arte, ricette e cucina che contiene i contributi  di diciannove artisti internazionali – Hassan Al-Meer, Paolo Angelosanto, Yto Barrada, Beatrice Catanzaro, Maimuna Feroze-Nana, Parastou Forouhar, Maïmouna Patrizia Guerresi, Susan Harbage Page, Reiko Hiramatsu, Uttam Kumar Karmaker, Silvia Levenson, Loredana Longo, MAD_Angela Ferrara e Dino Lorusso, Şükran Moral, Ketna Patel, Pushpamala N, Anton Roca, Jack Sal, Larissa Sansour . “L’idea di CAKE”, come scrive nella prefazione la sua curatrice Manuela De Leonardis, nasce da un piccolo tesoro che ho acquistato in un “charity shop” di Kensington High Street, a Londra, nel maggio 2012. Un vecchio quaderno dalla copertina rigida scura, con i fogli a quadretti ingialliti, che misura 17x23x1 cm., le cui pagine sono fitte di scrittura a biro che cominciano a destra per procedere verso sinistra. Con l’inchiostro azzurro sono scritte meticolosamente, in arabo e francese (spesso gli ingredienti sono elencati in francese e le spiegazioni in arabo) oltre sessanta ricette di dolci abbinati a nomi femminili.

Ed è così che Oriente e Occidente si incontrano nelle pagine di questo manoscritto anonimo, e si confondono in quello che è un viaggio attraverso cucina e arte: mondi senza barriere. Io ho letto CAKE, e oltre ad averci trovato una poetica del cibo completamente nuova, lo erigo a mio personale manifesto della fine della moda del cake design.

8 Ottimi Motivi per andare a Taste of Milano

La prima volta che ho partecipato a Taste of Milano ho avuto il piacere di intervistare Michel Roux, di mangiare per la prima volta la cipolla caramellata di Matias Perdomo e di commuovermi chiacchierando con Aimo Moroni. So che anche quest’anno Taste of Milano mi riserverà delle belle emozioni, e non solo perché presenterò un’anteprima del mio nuovo libro Manuale di Cucina Sentimentale (sabato alle ore 21.00 presso la Electrolux Hospitality Area). Dunque, oltre a questo motivo squisitamente personale e “sentimentale”, ho scorto nel programma altri 7 Ottimi Motivi per non perdersi il Taste of Milano, da domani e fino a domenica al Superstudio Più.

1.       Gli chef

Andrea Aprea (Vun, Park Hyatt Milan), Tommaso Arrigoni (Innocenti Evasioni), Enrico Bartolini (Devero Ristorante), Roberto Okabe (Finger’s Garden), Wicky Priyan (Wicky’s), Andrea Provenzani (Il Liberty), Lorenzo Santi (La Maniera di Carlo), Luigi Taglienti (Trussardi alla Scala), Viviana Varese (Alice Ristorante).

2. la Electrolux Chef’s Table

un ristorante esclusivo che ospiterà tre importanti chef italiani (uno dal nord, uno dal centro e uno dal sud) chiamati a realizzare per la prima volta a Milano dei menù inediti e proposti solo per la Chef’s Table. Io parteciperò al pranzo del sabato curato da chef Marco Stabile del ristorante L’Ora d’Aria di Firenze

3.       I Blind Taste

Un grande tavolo conviviale (perché i migliori assaggi si fanno in buona compagnia) dove esperti e chef metteranno alla prova le pupille gustative ed olfattive del pubblico guidandoli in originali e insolite degustazioni… al buio. Il programma sembra decisamente invitante. http://www.tasteofmilano.it/pagina/blindtaste

4.       Ostriche

Sto maturando un’insana attrazione verso le ostriche, per cui non ho potuto non notare un appuntamento domenicale “Savouring Ostriche: abbinamenti e curiosità sul prezioso mollusco” a cura di Madeyra Oyster Bar & Restaurant

5.       Wish list

Ho naturalmente stilato la mia wish list dei piatti da provare, vi consiglio di fare altrettanto per arrivare con una tabella di marcia ben organizzata; di sicuro non mi farò sfuggire:

-          Omaggio a Sofia: Pizza fritta con pomodorini confit, zest di limone , mozzarella e bavarese di pomodoro (di Viviana Varese)

-          Carpaccio di Kobe Beef con vinaigrette di Umeboshi e senape (di Roberto Okabe)

-          Patata e Caviale: purea classica di patate, caramello e lingotto di caviale (di Luigi Taglienti)

-          Tortino di coda di bue scozzese, uvetta, concentrato di pomodoro alla cannella, sedano croccante alle fave cacao (di Tommaso Arrigoni)

-          Agnolottini del plin 1 a 1 (di Christian Milone)

-          L’oro di Napoli (di Ilario Vinciguerra)

6.       Che sia la volta buona che imparo a fare il pane…

Non ce la posso fare io, con il lievito madre, le farine speciali, le lievitazioni, e tutto il resto: insomma, il pane in casa proprio non mi riesce di farlo. Non per questo getterò la spugna, anzi, non mi è sfuggito un appuntamento tra quelli di The Lab in cui Andrea Provenzani insegna a fare pane e focaccia. Il corso è per bambini, ragion per cui, se resto un po’ defilata, fingendo di esser lì per accompagnare un pargolo, magari riuscirò a carpire qualche tecnica….Se ci riesce un bambino dovrei farcela pure io. Dovrei…

7.       Indoor

Il fatto che quest’anno Taste sia al coperto mi conforta non poco….

 

 

#EarthDay 2013: quelli di Grow The Planet dicono di essere Curvy Foodie Hungry…. (e mi hanno convinta)

Oggi è la Giornata della Terra e il nostro contributo per salvare il pianeta sarà quello di ospitare il progetto Grow The Planet…poi loro si definiscono Curvy Foodie Hungry…quindi, meglio di così? Buona lettura.

Anna Giacon

Quale concetto tra curvy, foody o hungry si avvicina di più all’anima di GTP?

Tutti e tre. Il progetto ha un’anima che è donna, nonostante si possa pensare che le tematiche dell’orto social interessino solo i maschietti. GTP ha una percentuale di donne che si attesta attorno al 60%, contro un 40% di uomini. E’ una donna mamma, una donna che lavora, una donna che ama la moda e il design in tutte le sue sfumature.

E’ curvy perchè si basa sul concetto di vivere bene e di alimentazione sana, che tuttavia non è sinonimo di magrezza, nè di una taglia 38, nè di un ossessivo bisogno di essere sempre fisicamente perfetta. Curvy è un altro modo per dire “Con Grow The Planet inizi ad amarti”: il cibo che mangi, lo coltivi da solo sul balcone o sull’orto, ed è mille volte meglio rispetto al ravanello del supermercato.

Per questo è anche foodie: è una riscoperta dei valori tradizionali del cibo, è legame, è passione per se stessi e per gli altri, è esperienza. Ma è anche cibarsi consapevolmente, quindi essere a conoscenza che un ortaggio è fonte di energia e nutrizione indispensabile per la salute di ognuno.

E’ hungry perchè, per esempio, per coltivare e auto – produrre, non servono particolari conoscenze o tecnicismi, ma solo una gran curiosità, interesse e premura. E’ apprezzamento del cibo, e la soddisfazione di portare a tavola prodotti genuini.

Erbizia è donna: quali affinità?

Per GTP l’orto è sicuramente donna e il posizionamento di questo prodotto tende ad avvicinarsi molto di più a quelle che sono le esigenze e i bisogni della sfera femminile.  Erbizia non solo è donna, è anche divertente e smart. E’ l’unico giardino aromatico eco-friendly e 100% biologico, dove puoi coltivare erbe fresche, biologiche e deliziose. Un “mini-giardino” contenuto in legno di abete certificato PEFC che consente di auto-produrre, all’interno delle mura domestiche, quattro tipi di erbe aromatiche: erba cipollina, timo, origano e prezzemolo. Erbizia contiene un codice che ti consente di registrare il kit su Grow the Planet. Da quel momento, GTP segue la sua crescita, giorno dopo giorno, con tanti consigli, trucchi e segreti per ottenere delle deliziose erbe aromatiche biologiche da utilizzare per preparare prelibate ricette.

Come nascono i frutti del lavoro di un contadino 2.0?

“Coltiva ortaggi, cambia il mondo” è il motto. Meglio ancora se lo fai insieme ad altri. E così è nato Grow The Planet, la community che aiuta tutti a fare un orto in giardino, sul terrazzo, sul balcone o sul tetto in modo facile e divertente. Una tecnologia finalmente concreta, che connette l’ambito virtuale alla vita reale: gli utenti possono incontrarsi e scambiarsi attrezzi e prodotti a km 0 raccolti direttamente dal proprio orto. Scambiare, crescendo. Scambiare, guadagnando in qualità e quantità. Scambiare per migliorarsi: non a caso il claim di GTP recita “It’s time to grow up and make a better world”. Tra le funzioni disponibili ci sono il diario, dove troviamo le attività da svolgere, la bacheca con il meteo della nostra zona e persino le fasi lunari, importantissime nella scelta del momento giusto della semina. Grow the Planet ci assiste per tutta la vita del nostro orto, in qualsiasi parte del mondo noi abitiamo, e in qualsiasi fascia climatica: dalla preparazione del terriccio all’esposizione sul nostro “stand” digitale dei frutti del nostro duro lavoro. Naturalmente, una volta terminato il ciclo di produzione, è possibile eliminare il tutto e ricreare una nuova struttura.

Gianni e Leonardo al TechCrunch

Come festeggia GTP l’Earth Day?

Da qualche anno l’Earth Day in Italia è diventato un momento significativo di sensibilizzazione nei confronti delle tematiche eco – friendly. Tutti noi siamo amanti della Natura, della sua bellezza. Tutti noi abbiamo a cuore il pianeta Terra. E’ per questo che Grow the Planet invita tutti quanti a partecipare in prima persona alla Giornata della Terra, la festa ufficiale dell’ONU prevista per il 22 Aprile che celebra l’ambiente e la salvaguardia dell’ecosistema. Puoi diventare tu stesso testimonial della campagna, insieme a Grow the Planet: scattare una foto di te stesso, o del tuo orto, che dimostri la tua adesione. Impugna un cartello con scritto “Io ci tengo” o piantalo in un vaso o in un’aiuola del tuo orto.

Condividi poi la foto con noi:

Creeremo poi un album che le raccoglie tutte!

Noi “ci teniamo” e voi?

 

Uomo + Donna + Barbecue: conversazioni inutili e di genere attorno a una griglia

La primavera mi ispira sempre una serie di pensieri sul tema delle donne, degli uomini e del barbecue. Faccio anche considerazioni di maggior spessore, credetemi, ma questa cosa proprio mi diverte… Ne ho scritto un po’ ovunque, anche nel numero di maggio Casaviva che sarà in edicola tra pochi giorni, ho dedicato le pagine Ricette e Racconti alla cucina al barbecue, con tante ricette per cucinare un intero menu davanti alla griglia. Per Casaviva ho fatto cucinare gli uomini e proprio per questo, per il fatto che da sempre il barbecue è affare di maschi, mi sono divertita ad agitare qualche discussione in qua e in là. Se ne avete voglia, se anche voi sentite dal vostro terrazzo i primi odorini di carne abbrustolita, allora sollazzatevi con queste righe, tanto a cucinare..ci pensa lui.

L’ultima frontiera della parità di genere è la griglia?

Per chi è attento al mondo del cibo e ai suoi riti, in primavera accadono due cose memorabili: è la stagione degli asparagi e si accendono i barbecue. Vi parlerò dei secondi. Fateci caso, i giardini e i terrazzi dei vostri vicini di casa iniziano a emanare odori di carne grigliate, verdure e polli allo spiego, e si consuma il rituale collettivo della cucina al barbecue: un uomo, solo, davanti al suo barbecue. Si perché a questo rituale partecipano come attori, quasi esclusivamente, gli uomini. Vi sfido a trovare una donna alla griglia. Il barbecue è solo per tizi virili e barbuti? CONTINUA QUA

Uomini e Barbecue: il gastrosexual è un’altra cosa

C’è solo una cosa più esasperante di un uomo che non sa cucinare: un uomo che non sa cucinare ma ha un barbecue. E quel che è peggio, se ne definisce uno “specialista”. Da qualche parte ho letto che “un uomo deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un’invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto saporito, battersi con efficienza, morire valorosamente. La specializzazione va bene per gli insetti.” Nella lista non è specificato il modo in cui cucinare il maiale macellato per ricavarne un pasto gustoso; ma tra le righe, milioni di uomini in tutto il mondo vi leggono una parola sola: barbecue. CONTINUA QUA

Io, lui e il BBQ

Qualche sera fa sono andata a un corso di cucina al barbecue, organizzato da I Signori del Barbecue a Bologna. A casa mia il barbecue è roba da uomini: nel senso che io non mi ci posso avvicinare. Mica si scherza, il barbecue è ferro e fuoco, un affare per veri maschi. A me il compito di preparare le cibarie e ripulire i piatti. Chi ha un compagno fuochista, sa esattamente quello che intendo. Ma non son qui per far la guerra dei sessi. Vorrei condividere con voi alcune preziose informazioni che ho imparato alla lezione di cottura al barbecue, in modo da sconfiggere il vostro lui almeno nella parte teorica, con qualche domanda da mandarlo fuori di testa. Per esempio, provate a chiedergli: stai procedendo come da reazione di Maillard? Lui impallidirà. Oppure, credi che la cottura indiretta sia da preferire per le tue salsicce? Ma anche spiazzarlo proponendo un: perché non ci facciamo una pizza al barbecue? CONTINUA QUA

Da Nadia Santini a Marissa Meyer: il posto di una donna è dove vuole essere

Ieri ho scritto un post per Dissapore a proposito di donne. Ne è nato uno scoppiettante dibattito e ho pensato di proporlo anche qua, in modo che se vi fa piacere (a me lo farebbe molto) potete postare anche il vostro pensieri su questo argomento. Grazie.

“Sto per esibirmi in un intricato pensiero femminista (che mi rispedirete addosso come un boomerang, già lo so) a proposito di donne, successo ed emancipazione. Mettevi comodi. E’ l’attualità di questi giorni che mi ha stimolato la ricerca di un fil rouge tra Nadia Santini (chef del ristorante Dal Pescatore che sarà premiata come migliore chef donna del mondo in occasione della notte dei World’s 50 Best Restaurants del 29 aprile prossimo a Londra), Marissa Meyer (in pochi mesi passata dall’essere un’icona di genere per la nomina ad AD di Yahoo a soli 37 anni e con una gravidanza in corso, al diventare una specie di mostro sorellicida per aver vietato il telelavoro in azienda), Sheryl Sandberg (Lady Facebook, numero due dell’azienda, per Forbes è la quinta donna più potente del mondo e autrice del libro manifesto femminista “Facciamoci Avanti”), ma anche Margaret Thatcher, per dire.

Sono le donne più chiacchierate del momento e leggendo le loro biografie l’ho trovato quel fil rouge che cercavo:

il posto di una donna è dove vuole essere.

 

Sottotitolo per i duri d’orecchie: si può essere una donna di successo in tanti modi, l’ultima frontiera della parità di genere è l’individualismo, fatevene una ragione, quindi conviene uscire dagli stereotipi e dai pregiudizi più incancreniti (di cui siamo vittime come lettori e come narratori) secondo i quali le donne devono passare le loro giornate contorcendosi in un impossibile equilibrio tra mammismo e carrierismo, uscendone sempre sconfitte o nel migliore dei casi stanchissime.

Ricordate il post su Cristina Bowerman? Andatevi a rileggere certi commenti. Sono abbastanza convinta che le lotte femministe condotte dalle nostre mamme fossero per avere posti di potere nelle aziende o per sviluppare la propria iniziativa imprenditoriale, non certo per fare a pezzi ogni donna di successo che è riuscita nella sua impresa ricordandole i doveri materni, o augurandole un posto all’inferno. Succede ogni volta: il posto delle donne è sempre quello sbagliato, semplicemente perchè non si vuole ammettere che certe volte, sempre di più, le donne ce la fanno ad avere esattamente ciò che desiderano.

Ma voglio tornare a Nadia Santini e alla sua storia, perché mi auguro che il suo esempio possa rinnovare il dibattito sulle donne nelle cucine. E sulle donne in generale.

Uno dei profili più belli della Santini lo ha scritto Eleonora Cozzella su Espresso.it “Ha sensibilità e tecnica, gusto, passione e rigore, attenzione a tutto ciò che la circonda, vicino o lontano. Il suo aspetto e la voce delicati sono in realtà la pacatezza di chi è sicura di sé e celano la forza e la grinta di pochi altri colleghi, uomini inclusi. Ne risulta uno stile di carattere e fascino, una cucina cortese e pacifica, un viaggio alla scoperta di nuove sensazioni gastronomiche”.

Io non conosco la signora Nadia personalmente, ma di donne chef ne ho conosciute parecchie, e se tutte hanno una storia diversa è anche vero che in loro ritrovo la stessa grinta e determinazione. Quello della cucina, come quello di guidare un’azienda, è un mestiere che a certi livelli lo fai se lo sei, se non puoi farne a meno, se non vorresti essere da nessun altra parte tranne che dietro a quei fornelli o a quella scrivania.

Mi piace pensare che Nadia Santini abbia una storia di questo tipo, che si incastra perfettamente a quella della sua famiglia, al suo matrimonio, ai figli che ora lavorano con lei e che con lei (forse anche grazie a lei) condividono la passione per la cucina: una storia nuova e fuori dagli stereotipi delle donne lavoratrici costrette a scegliere tra famiglia e carriera. La penso così, come una donna di successo che abbia fatto esattamente quel che voleva fare, non senza sacrifici, proprio come un uomo di successo, forse maggiori, ma se penso a lei non penso alle sue rinunce, penso ai suoi traguardi e l’ultimo di cui è stata insignita credo che sia un grande orgoglio personale e per tutte noi donne.

Che si lavori in una cucina, a Yahoo, o Facebook, ogni donna ha il suo modo di essere di successo che generalmente non prevede scorciatoie ma solo spirito di abnegazione. Marissa Meyer ha detto “non sono femminista, è solo che lavoro sodo”, la Thatcher disse “Non si ottiene nulla senza problemi, mai”, Nadia Santini quando ha saputo del premio lo ha spartito con la famiglia “Sono molto felice e onorata per questo importante riconoscimento. Lo sono per me, per tutto il Dal Pescatore, per la mia famiglia che lavora con me, Antonio mio marito, i miei straordinari figli Giovanni, che dirige la cucina con me, ed Alberto, che dirige la sala e si occupa dei vini, per la mamma di Antonio, che mi ha trasmesso molti segreti e per Valentina, moglie di Giovanni, attiva nel ristorante”.

Insegnandoci forse un’ennesima personale via di essere mamma, moglie e donna di successo.”

Io, sous chef di Igles Corelli (solo per stasera!)…

Tra poche ore (a partire dalle 20), nello showroom di ArcLinea in Corso Monforte a Milano e in streaming sul sito Saporie.com andrà in scena la disfida culinaria più divertente di sempre. Io sono emozionata come un grillo: cucinerò con Igles Corelli per sfidare Nicola Batavia e Francesca, la blogger Singerfood.

Che Igles Corelli sia un genio della cucina è cosa nota, ed è talmente bravo da non temere di avermi come braccio destro. O comunque lo maschera bene. Il piatto che cucineremo è sublime, ma non vi anticipo nulla perchè voglio che mi seguiate in streaming e che votiate per noi. Vi posto qua sotto un po’ di informazioni sull’evento, i partner e le modalità per partecipare.

Vado a prepararmi…ripasso le basi di cucina, mi pettino (c’è anche Alba Parietti, mica voglio sfigurare…).

“Martedì 9 aprile presso lo showroom Arclinea di Corso Monforte a Milano avrà luogo una presentazione riservata a una stampa selezionata, che potrà entrare in contatto diretto con il mondo di  Saporie.com e con il prodotto e la filosofia di Arclinea. Saporie.com è il nuovo portale interattivo dell’enogastronomia italiana,  pensato e creato per offrire al pubblico una vasta scelta di temi e approfondimenti su: cucina, prodotti tipici, vino e viaggi.  Arclinea diventa il partner ideale di Saporie.com, che per tutte le video-ricette consultabili del portale, l’ha scelta come set ideale. Con le sue cucine ‘da vivere e da usare’ Arclinea è cucina domestica ma anche professionale, capace di permettere alte prestazioni culinarie. Lo spazio offerto da Arclinea è sempre concreto, razionale, accogliente, adattabile a tutte le esigenze: comprese quelle dimostrative e didattiche. Con la rete “Arclinea Design Cooking School”, infatti, l’azienda firma i progetti di importanti scuole di cucina: luoghi di diffusione della cultura eno-gastronomica italiana nel mondo.  Durante la serata dedicata alla stampa milanese, Igles Corelli e Nicola Batavia, due grandi cuochi della cucina italiana, insieme a due note food blogger, realizzeranno alcuni dei loro piatti forti,  sfidandosi in una gara che sarà condotta da Alba Parietti, ma che vedrà come protagonista il pubblico. In che modo? La serata sarà trasmessa in diretta streaming sul sito Saporie.com e gli utenti  da casa potranno votare la coppia vincente insieme ai giornalisti presenti che, naturalmente, saranno parte attiva della competizione.  Partner dell’evento CONAD Sapori & Dintorni, che con i  suoi prodotti di alta qualità IGP e DOP sposa a pieno la filosofia Saporie.com.”

Salviamo le crostate!

Si, lo ammetto, ne ho prodotte parecchie di dolci invettive contro il cake design. Rileggendo i post che ho pubblicato negli ultimi mesi, mi autocandido a paladina del “Save The Crostate Movement“: un gruppo di ribelli che non si vogliono piegare alla pasta da zucchero e alla cupcakechizzazione di qualsiasi cosa. Un gruppo per il quale una torta è, prima di tutto, buona da mangiare, indipendentemente dalla forma che assume. Che fine hanno fatto le crostate? Le torte di mele? Le ciambelle? Oscurate mediaticamente dalle wedding cake, birhdate cake, celebration cake: tutte perfette, precise, colorate, adornate. Se fossero donne, direi che sembrano tutte quelle modelle artificiali e ritoccate al photoshop che si vedono nelle riviste. Ma non voglio ripetermi, come dicevo, ne ho già scritto abbastanza.

Qui c’è un pezzo sull’ossessione da cake design, qui potreste capire se siete una crostata o una cupcake, oppure chiedervi che fine hanno fatto le torte brutte, e cosa lega il cake design alla nail art, e infine cosa spinge le donne a trasformarsi in cupcake ambulanti?

Intanto che voi leggete, io mi preparo una crostata con la marmellata di more selvatiche.

Isa, Giovanna e Aurora. Che donne, queste donne!

Da sx Isa Mazzocchi, Giovanna Guidetti, Aurora Mazzucchelli

Gli ultimi giorni sono stati pieni di occasioni per rimpinguare il mio orgoglio emiliano romagnolo. A partire dall’articolo sul Trigabolo che ho scritto per Dissapore, alla nascita del Consorzio di Promozione della Piadina Romagnola (era ora!), alle chiacchiere che ho fatto con Giorgio Melandri a proposito della prossima edizione di Enologica e fino alla serata a cui sono stata invitata da Carlo Vischi per l’evento “Per Tutti i Gusti” che ha avuto come protagonisti chef e produttori Emiliano Romagnoli. Proprio a questa serata, che si è tenuta lunedì scorso allo Sheraton Malpensa, ho scattato la foto che vedete qua sopra, immortalando queste tre grandi donne e chef emiliane. Isa Mazzocchi (del ristorante La Palta di Borgonovo Val Tidone), Giovanna Guidetti (dell’Osteria La Fefa di Finale Emilia) e Aurora Mazzucchelli (del ristorante Marconi di Sasso Marconi). Che bello vedere queste facce femminili nel mondo barbuto e testosteronico delle cucine e degli chef, e sapeste che belle storie hanno da raccontare! Comincio col raccontarvi la storia di Giovanna, che incanta ed emoziona. Un avvocato pentito (anche lei, come me) che a 39 anni ha scelto di cambiare vita e seguire la sua passione, la cucina. Ma andiamo per ordine, state ad ascoltare: era il 1999 e durante una vacanza a Panarea per dedicarsi alle immersioni e a un po’ di relax dopo una brutta malattia che l’aveva costretta a letto per vari mesi, Giovanna resta bloccata sull’isola a causa del mare burrascoso. Il caso volle che durante una cena presso un’osteria di Panarea che cercava un aiuto cuoco Giovanna restò folgorata da quell’intuizione che la spingeva a cambiare vita: si propose per il lavoro estivo in cucina, salutò figlio e marito, e rimase a Panarea. Il suo compito da “aiuto cuoco” consisteva nel pulire pesce sin dalle prime luci del mattino, non se la spassava affatto bene, e anche il suo fisico era molto provato. Allora aguzzò l’ingegno e si inventò una torta di mandorle talmente buona che all’osteria andava a ruba: passò di grado, da pulitrice di pesce a pasticcera. Poi il resto si racconta da sé: il ritorno a Finale Emilia e la voglia di imparare, corsi e stage in molte cucine e fino alla realizzazione del sogni di aprire un’osteria tutta sua. Sogno avveratosi il 23 ottobre del 2001. La storia di Giovanna che io ho brutalmente sintetizzato è stata raccontata da Alessandra Meldolesi nel libro “Cuochi”, curato da Giorgio Melandri. In quel testo Giovanna risponde alla domanda di come fosse nato il suo amore per la cucina così: “Quando siamo rimasti orfani avevo circa 30 anni, ma mio fratello minore ne aveva 11 di meno. Ho sentito che il mio scopo era proteggerlo, utilizzando i sapori di casa in modo che anche lui potesse conoscere la cucina della mamma, della nonna, della zia. Anche perché sono sempre stata convinta che mangiare bene aiuta a soddisfare la mente e il corpo, ma soprattutto aiuta a superare i grandi problemi della vita. Per cui mi sono impegnata a fargli da mangiare sempre: pranzo, cena e colazione. Invitavo tanti suoi amici per rendergli la vita più serena.” La Fefa è a Finale Emilia, epicentro del terremoto dello scorso anno. Ma Giovanna appena ha potuto ha riaperto la sua osteria, proprio perché “mangiare bene, aiuta a superare i grandi problemi della vita.”

E poi c’è Isa Mazzocchi, scatenata, che mi piace perché si definisce una cuoca dell’imperfezione (“i fornelli a induzione non mi piacciono, sono troppo precisi”, dice) e porta avanti un ristorante che si tramanda “in via matriarcale”, come tiene a precisare, di generazione in generazione. Una pasionaria, legatissima al suo territorio, che spinge le tradizioni locali e le difende con le unghie e con i denti “Mi chiedo come mai tutti conoscete il kebab ma non conoscete i batarò” (pane battuto da farcire con i salumi piacentini e le maionesi e salse preparate da Isa, ndr.). Io Isa l’ho conosciuta lo scorso novembre a Enologica e mi era subito piaciuta, una cuoca legata a quel che produce il suo orto, già da prima che lo chef-contadino andasse di moda..una cuoca legata al territorio per forza e per sopravvivenza, già da prima che la riscoperta della tradizione fosse cool. Una donna concreta, senza tante “pippe”, che intende la cucina così come la si intende da 4 generazioni, tante son quelle che si tramandano La Palta. Alla faccia di tutti gli chef barbuti e tanto trendy che ora si riempiono la bocca di parole come territorio e tradizione…

E che dire di Aurora? Una furia rossa, giovane e brava, di cui ho già scritto anche su questo blog. Un’ascesa inarrestabile la sua, che a Malpensa ha preparato un raviolo di ripieno con crema di parmigiano e lavanda che ancora me lo sogno.

Io vi consiglio di andarle a trovare queste donne, io non vedo l’ora di farlo; regalatevi un pranzo o una cena al femminile. Ecco gli indirizzi che dovete segnarvi:

Osteria La Fefa, Via Trento Trieste 9/c – Finale Emilia (+ 39 0535 780202) www.osterialafefa.it

Ristorante La Palta, Via Bilegno 1/c – Borgonovo Val Tidone (+39 0523862103) www.lapalta.it

Ristorante Marconi, Via Porrettana, 291 – Sasso Marconi (+39 051846216) www.ristorantemarconi.it

L’amore ai tempi dei foodblog…

Dichiararsi scrivendo di cibo, mettersi i like a vicenda sulle foto dei piatti al ristorante, commentare ore e ore la ricetta perfetta della carbonara, ritwittare ogni anelito foodie, taggarsi in tutte le foto che riprendono un prodotto ortofrutticolo: tutto questo è amore. O meglio, tutto questo è l’amore ai tempi del foodblog. Scambiarsi le ricette come fossero lettere d’amore, consigliarsi ingredienti e ristoranti come fossero messaggi segreti, in un linguaggio che solo alcuni possono comprendere. Tipo che “parlo di cotture, ma in realtà ti dico che sono cotto…” (CONTINUA QUA)

Oggi è la giornata nazionale del Fiocchetto Lilla, per sensibilizzare sui disturbi alimentari. Susanna Murray per CFH

Accolgo con molto piacere l’invito di Martina a scrivere un post sul suo blog che seguo sempre con interesse. Immagino di essere stata invitata perché trasversalmente io e Martina affrontiamo tematiche comuni da punti di vista differenti, ma in accordo.

La domanda che mi faccio ogni volta che incontro ragazze di tutte le età (dai 10 ai 60 anni) è: cosa c’è che non va nei nostri corpi? Perché per tante, troppe donne, il peso, la taglia e la forma del proprio corpo misura il livello della loro autostima?

A volte mi accorgo che molte donne ( ma anche tanti uomini) vengono nel mio studio per svariati motivi: problematiche sentimentali, difficoltà nell’ambiente di lavoro o sintomi ansiosi, eppure tutti hanno in comune una cosa, la ricerca del corpo ideale. Le persone non si piacciono, si vergognano di alcune parti del proprio corpo, vorrebbero essere più magre, più belle…perfette.

La sera, quando esco dal mio studio, spesso mi chiedo come è possibile che questa condizione di disagio, legato alla propria immagine corporea, abbia assunto una portata epidemica.

Come psicologa devo precisare che il disturbo dell’immagine corporea e i disturbi del comportamento alimentare, sono problematiche individuali, uniche per ogni situazione e variano da caso a caso. Questo perché il problema è prima di tutto psicologico, intimo, profondo, legato alla percezione di sé come individui e in relazione con gli altri. Ma indubbiamente non posso negare che quello che succede fuori, nella società, condiziona e coinvolge tutti. Oggi eventi come il parto, la malattia e la vecchiaia non sono più eventi naturali, ma alterati dalla medicina e dalla chirurgia estetica.

Intendiamoci, non dico che il progresso sia un danno, anzi.

Ma mi chiedo cosa accade quando non riusciamo più a distinguere i confini tra ciò che è una necessità e ciò che è indice di un desiderio implicito di trasformare e controllare il corpo. Il corpo sembra essere diventato un obiettivo, un oggetto da modificare, mutare a nostro piacimento. Il messaggio che i mass media rimandano a volte è che oggi tutti possiamo essere belli, perfetti: avere un sorriso smagliante, bianchissimo, un seno sodo, una pelle levigata, dei muscoli tonici e senza adipe, una pancia piatta.

Dipende solo da noi, dall’impegno che ci mettiamo.

Curare il proprio corpo, tenersi in forma, giovani, è ormai un valore. Il pensiero condiviso in modo implicito e sottile è: tutti siamo responsabili del nostro aspetto; chi è fuori dai canoni imperanti di bellezza è una persona senza forza di volontà, che si trascura, non al passo con i tempi.

Per esempio una delle campagne più potenti che attraversa il pianeta è la lotta all’obesità.

Pregiudizi come il fatto che le persone “grasse” sono golose, pigre e senza volontà, sono tematiche che invece di aiutare a risolvere il problema lo alimentano, conducendo chi è in sovrappeso a sentirsi sempre più inadeguato e non accettato. Le aziende farmaceutiche, dietetiche, le palestre e le riviste per signore, si sono fatte paladine di questa campagna per combattere l’obesità, anche perché bisogna rilevare che il loro guadagno cresce in proporzione a quanto riescano a promuovere nelle donne l’insicurezza per la propria immagine corporea.

L’immagine corporea è profondamente legata alla nostra identità: la percezione che abbiamo del nostro corpo si sviluppa proprio nei primi anni di vita ed è un processo individuale, interno, ma anche relazionale.

Come ci siamo sentiti curati, cullati, accarezzati, riconosciuti e accolti dagli altri, quando eravamo bambini o neonati, sono aspetti peculiari per capire chi siamo adesso e come ci relazioniamo con lo specchio e con gli altri.

Il processo di strutturazione della propria immagine corporea prosegue nell’adolescenza (altra tappa importante legata alla trasformazione del corpo e alla maturazione della sessualità) dove nuovamente la propria identità psichica e corporea viene rimessa in discussione.

E così accade in tutti i momenti psico-fisici importanti della nostra vita: la gravidanza, la malattia o la vecchiaia. L’immagine corporea non accettabile è proprio la percezione di se stessi che diventa penosa, sgradevole, conflittuale. Non è solo il corpo che non accettiamo, ma anche noi come persone. La ricerca della perfezione attraverso un corpo di plastica, simulacro di un se ideale e perfetto, sembra oggi diventata una strategia per illudersi di poter controllare quelle parti di noi che non ci piacciono: le nostre paure, le nostre fragilità e le nostre insicurezze.

In un mondo che vive nell’incertezza e nella precarietà sociale.

*Susanna Murray, psicologa clinica e consulente, si occupa di disturbi del comportamento alimentare, immagine corporea e psicologia della moda Io mi piaccio