8 Ottimi Motivi per andare a Taste of Milano

La prima volta che ho partecipato a Taste of Milano ho avuto il piacere di intervistare Michel Roux, di mangiare per la prima volta la cipolla caramellata di Matias Perdomo e di commuovermi chiacchierando con Aimo Moroni. So che anche quest’anno Taste of Milano mi riserverà delle belle emozioni, e non solo perché presenterò un’anteprima del mio nuovo libro Manuale di Cucina Sentimentale (sabato alle ore 21.00 presso la Electrolux Hospitality Area). Dunque, oltre a questo motivo squisitamente personale e “sentimentale”, ho scorto nel programma altri 7 Ottimi Motivi per non perdersi il Taste of Milano, da domani e fino a domenica al Superstudio Più.

1.       Gli chef

Andrea Aprea (Vun, Park Hyatt Milan), Tommaso Arrigoni (Innocenti Evasioni), Enrico Bartolini (Devero Ristorante), Roberto Okabe (Finger’s Garden), Wicky Priyan (Wicky’s), Andrea Provenzani (Il Liberty), Lorenzo Santi (La Maniera di Carlo), Luigi Taglienti (Trussardi alla Scala), Viviana Varese (Alice Ristorante).

2. la Electrolux Chef’s Table

un ristorante esclusivo che ospiterà tre importanti chef italiani (uno dal nord, uno dal centro e uno dal sud) chiamati a realizzare per la prima volta a Milano dei menù inediti e proposti solo per la Chef’s Table. Io parteciperò al pranzo del sabato curato da chef Marco Stabile del ristorante L’Ora d’Aria di Firenze

3.       I Blind Taste

Un grande tavolo conviviale (perché i migliori assaggi si fanno in buona compagnia) dove esperti e chef metteranno alla prova le pupille gustative ed olfattive del pubblico guidandoli in originali e insolite degustazioni… al buio. Il programma sembra decisamente invitante. http://www.tasteofmilano.it/pagina/blindtaste

4.       Ostriche

Sto maturando un’insana attrazione verso le ostriche, per cui non ho potuto non notare un appuntamento domenicale “Savouring Ostriche: abbinamenti e curiosità sul prezioso mollusco” a cura di Madeyra Oyster Bar & Restaurant

5.       Wish list

Ho naturalmente stilato la mia wish list dei piatti da provare, vi consiglio di fare altrettanto per arrivare con una tabella di marcia ben organizzata; di sicuro non mi farò sfuggire:

-          Omaggio a Sofia: Pizza fritta con pomodorini confit, zest di limone , mozzarella e bavarese di pomodoro (di Viviana Varese)

-          Carpaccio di Kobe Beef con vinaigrette di Umeboshi e senape (di Roberto Okabe)

-          Patata e Caviale: purea classica di patate, caramello e lingotto di caviale (di Luigi Taglienti)

-          Tortino di coda di bue scozzese, uvetta, concentrato di pomodoro alla cannella, sedano croccante alle fave cacao (di Tommaso Arrigoni)

-          Agnolottini del plin 1 a 1 (di Christian Milone)

-          L’oro di Napoli (di Ilario Vinciguerra)

6.       Che sia la volta buona che imparo a fare il pane…

Non ce la posso fare io, con il lievito madre, le farine speciali, le lievitazioni, e tutto il resto: insomma, il pane in casa proprio non mi riesce di farlo. Non per questo getterò la spugna, anzi, non mi è sfuggito un appuntamento tra quelli di The Lab in cui Andrea Provenzani insegna a fare pane e focaccia. Il corso è per bambini, ragion per cui, se resto un po’ defilata, fingendo di esser lì per accompagnare un pargolo, magari riuscirò a carpire qualche tecnica….Se ci riesce un bambino dovrei farcela pure io. Dovrei…

7.       Indoor

Il fatto che quest’anno Taste sia al coperto mi conforta non poco….

 

 

Ragazze e Champagne, conversazioni di genere sorseggiando Jacquesson

Pare che un numero sempre crescente di ragazze si stia avvicinando allo Champagne, impennando la curva dei consumi al femminile: non certo per emulare Marilyn Monroe né Coco Chanel, ma piuttosto per confermare la teoria secondo la quale le donne sono più ricettive delle novità, delle tendenze e dei prodotti da scoprire. Perché lo Champagne sarebbe una novita? Vi starete chiedendo voi… Bè, da un certo punto di vista si. Da sempre abbinato al concetto di festa, di lusso, di moda, di erotismo, lo Champagne oggi viene riscoperto come un prodotto agricolo, un vino, da consumare a tutto pasto, in ogni occasione. E di questo le donne se ne sono accorte: sempre più curiose e interessate al mondo dei vignerons. Ne ho parlato giustappunto con Pietro Pellegrini che di Champagne se ne intende, dal momento che da anni ne importa di pregiati come quelli della Maison Jacquesson, il quale mi ha proprio confermato questa tesi: più di tanti altri vini lo Champagne è un mito, ma dietro la grandeur, c’è il prodotto di un territorio, c’è un vino e di conseguenza molto più da raccontare rispetto a quanto fatto finora. Gli appassionati di Champagne vogliono sapere non solo chi lo produce, ma dove viene prodotto e quale sia il progetto di qualità che viene sposato.

Io e Pietro Pellegrini conversiamo sorseggiando una bottiglia di Cuvée n. 736 che è il risultato di un’ottima annata, il 2008, che segna un vero e proprio punto di svolta per la maison di Jean-Hervé e Laurent Chiquet. Dal 2008, infatti, i vigneti di proprietà di Jacquesson sono completamente condotti in regime organico: le vigne vengono coltivate con metodologie naturali e nel totale rispetto della natura, proteggendo le piante ed esaltando le peculiarità di ogni parcella.

Il 2008 ha rappresentato anche una tappa fondamentale nel cammino verso l’autosufficienza dell’azienda. In quell’anno è stato limitato l’acquisto di uva a soli 8 ettari nelle prossimità del Domaine, gestiti esclusivamente da viticoltori affidabili e appassionati, con i quali i fratelli Chiquet condividono la filosofia aziendale.

Lo Champagne ha la straordinaria capacità di essere un vino a tutto pasto, ossia è più facile abbinarlo a un intero menu oltre alla caratteristica della bassa alcolicità lo rendono davvero amato dalle donne, che sono un pubblico sempre più interessato e ben sgamato rispetto ai falsi miti che ancora lo circondano: non va servito troppo freddo, la flùte è decisamente demodè ed è meglio un calice a tulipano e poi non serve un’occasione particolare per consumarlo, i prezzi di un buon Champagne sono naturalmente in linea con quelli di un buon vino.

Appuntamenti tra procuratori e consumatori di piaceri. Dei due, io sono tra i secondi…

Mi piacciono le persone di spessore, i libri di spessore, le riviste di spessore e anche gli eventi di spessore. Non vedo per cui non dovrei parlarvi di “Spessore”, un nuovo evento per gastrofissati ideato dal Povero Diavolo di Torriana e che avrà luogo dal 19 al 21 giugno (la sera del solstizio d’estate e i due giorni che lo precedono). Un nutrito gruppo di cuochi “di spessore” si sta preparando a invadere Torriana; arriveranno in mattinata, apriranno la dispensa del Povero Diavolo e con l’aiuto dello chef Pier Giorgio Parini e della sua brigata faranno una specie di improvvisazione culinaria dando luogo a idee cucinate da gustare nel giardino del Povero Diavolo. La cucina s’improvvisa, niente di pre-parato, niente di  pre-cotto, con quel che trovano in dispensa i cuochi  cucinano a ciclo continuo per tre ore dalle 19 alle 22, prima di concedersi una pausa di relax diventando a loro volta  commensali nella casa che li ospita. Prodotti e produttori, musica e un dopo-cena di gran Spessore impastano l’insieme di un evento  ghiotto ed invitante. Alle 23, un speciale ritrovo nella Cantina, con i cuochi per chiacchiere e vino. Mi sembra un evento davvero originale!

 

Dobbiamo per forza essere multitasking? Apologia del non sabotarsi inutilmente e vivere felici, o comunque meno agitati…

Basta, basta, vi prego. Basta usare la parola “multitasking” ogni qual volta ci si riferisce alla giornata delle donne, alla vita delle donne. E’ un autogol, un suicidio, la cronaca di una morte annunciata. Rincorrere il “riuscire a fare tutto”, come se il multitasking fosse una dote (io la leggo come una punizione), ci fa perdere in partenza perché è impossibile riuscire a fare tutto. Evviva i compromessi allora. Vedo spuntare aneliti di ragionevolezza quando leggo aggettivi come “imperfetta” accanto alla parola mamma (mi riferisco alla nuova web serie “Mamma Imperfetta” online su Corriere.it), e ancor di più quando sento che i vecchi femminili che si rifanno il look (come Donna Moderna, per esempio) usano il registro dell’autoironia e non più del prendersi troppo sul serio. Proprio Donna Moderna per promuoversi sta usando un claim che mi piace e che mi fa subito sentire quel magazine “amico” e non, come avviene il più delle volte, un generatore automatico di ansie da prestazione. Il claim a cui mi riferisco è questo: “mi piace alzarmi presto e andare a correre. Lo faccio almeno due volte all’anno”. Ecco, quando ho letto questo spot mi sono sentita meglio e ho tirato il fiato. Provo il sentimento opposto a quando invece leggo cose come: “Cellulite? Inizia il conto alla rovescia. Primi risultati in 2 settimane. Contro gli inestetismi della cellulite (cit. Pupa)”…che ansia i conti alla rovescia e l’immagine di un cronometro mi ricorda le corse contro il tempo (che non ho) e via di sensi di colpa e frustrazioni. O come quando l’occhio mi cade sul volto di una ragazza photoshoppata all’inverosimile (si, dai, lo so perfettamente che non esistono in natura donne dalla pelle perfetta come fosse porcellana, senza pori, ombre, peli superflue e dall’incarnato luminoso ma opaco e dalle sopracciglia dipinte ed equilibrate) che dice: “Anche lo sguardo ora ha il suo siero di giovinezza, Liftactive Serum 10 occhi e ciglia, effetto lifting e sguardo illuminato. Le ciglia appaiono fortificate e densificate”, tipo che mi devo preoccupare anche del tono e della giovinezza delle mie ciglia adesso? Ecco, esiste un centimetro del mio corpo di cui non mi debba preoccupare? Credo di no. Ma torniamo al multitasking, ossia all’arte appiccicata al genere femminile di essere: mogli, mamme, belle, in carriera, sportive, sociali, cuoche perfette e tutto contemporaneamente. Più che una dote, dicevo, è una schiavitù che ha il solo risultato di farci sentire inadeguate, frustrate e schizofreniche. Non è possibile riuscire a fare tutto. Come non è possibile assomigliare alla modella photoshoppata che non esiste in natura. Rincorrere la perfezione, ossessionarsi, è una mancanza cronica: perfetto è irraggiungibile. Dunque io vi propongo di accettare l’imperfetto, l’incompiuto, il vero, il manchevole, il compromesso, il lento, lo sbagliato, il vero. La verità non è perfetta, è semplicemente vera. E mi viene in mente un libro di cui ho letto in occasione della giornata mondiale della lentezza, che era lunedì scorso, e che si intitola “La nobile arte del cazzeggio”, un manuale per procrastinatori cronici scritto da John Perry (e non a caso è scritto da un uomo: loro mica si sono fatti inguaiare con questa storia del multitasking) che spiega come dedicarsi alle attività squisitamente inutili. Meglio ancora, se volessi avvalorare questa mia teoria anti-multitasking con un vago sentore filosofico esistenzialista, dovrei richiamare il concetto dell’hic et nunc, il qui e ora, che elogia il vivere la situazione presente. Concetto che è diametralmente opposto all’idea schizofrenica del fare tutto e che porta le persone cosiddette multitasking a fare più cose contemporaneamente, senza godersi quel che fanno o peggio, pensando a quello che avrebbero dovuto fare o che devono fare dopo. Cosa più che mai vera, l’hic et nunc, in cucina per esempio. Ne parlavo qualche giorno fa con Carla Brigliadori, la responsabile dei corsi di cucina di Casa Artusi, esperta di cucina domestica e naturalmente delle ricette del grande gastronomo romagnolo. Carla è decisamente convinta di una cosa: per cucinare serve tempo dedicato e attenzione. Non è una cosa da fare “nel frattempo”, o di corsa. Ecco, per dire, non ce la vedo a fare una delle ansiogene ricette “salva cena” che prepara Benedetta Parodi in 7 minuti rincorsa da un cronometro e dalle voci registrate dei suoi figli che le ricordano i secondi che mancano, quello sì che è l’antitesi del cucinare. Ovvio, non abbiamo il tempo ogni giorno di cucinare all’Artusi-maniera, ma quando decidiamo di farlo, allora dobbiamo prenderci il tempo per farlo bene, gustandoci quel momento e quelle attività. Sarà un esperienza che ci arricchisce, vedrete. Fidatevi di me. Fate questa prova già da subito, con una cosa semplice come un piatto di insalata per esempio. Siete di quelle persone che acquistano l’insalata già lavata e tagliata in busta? Ecco in questo caso per voi fare un’insalata è un gesto che non aggiunge nulla alla vostra giornata: andate al supermercato, prendete una busta a caso, tornate a casa, la aprite, la versate in una ciotola, la condite e ve la mangiate. Nel frattempo magari avete telefonato a un amico, acceso la televisione, e magari state pure mangiando in piedi. Quest’esperienza multitasking di mangiare l’insalata sarà completamente ininfluente nella vostra vita, non vi avrà regalato nulla di nuovo, domani ve ne sarete già dimenticati. Invece se comprate un caspo, scegliete quello che vi piace di più, ve lo portate a casa, lo pulite, lo lavate, lo asciugate, tagliate con cura le fette più grosse, le disponete in una ciotola, preparate un’emulsione con olio, aceto, sale e qualche goccia di limone, lo condite con cura, vi sedete e mangiate l’insalata…probabilmente avrete impiegato qualche minuto in più per la preparazione, ma questa banale esperienza dell’insalata vi avrà reso persone diverse: non fraintendete, non accenno a nulla di metafisico, solo che per esempio la prossima volta comprerete un altro caspo, lo laverete diversamente, o anche solo semplicemente avrete comunque la consapevolezza di avere trasformato una materia: un caspo è diventato un’insalata. Avrete anche risparmiato, perché se leggete l’etichetta dell’insalata in busta noterete che ha un costo al chilo che si avvicina a quello di una pepita d’oro…e allora, converrete con me che tutto questo multitasking… è solo una grandissima fregatura!

Berlino profuma di curry ma ha il sapore di una pasticceria, e c’è un ristorante in cui vai per “mangiar male”

Se siete stati a Berlino non potete contraddirmi quando scrivo che nell’aria c’è profumo di curry. E’ uno dei ricordi più vividi che ho di questa bellissima città che ho visitato alcuni anni fa. E a farmene tornare il ricordo è stato Kurt Von Tappen* che di ritorno da Berlino ha scritto questo post.

Mon Plaisir 

www.monplaisir-chocolaterie.de

Una delle migliori pasticcerie di Berlino é anche una delle ultime arrivate. A due passi dalla stazione della metro di Eberswalder Strasse Robert Schlenkermann e il francese Frederick Dumont hanno trovato in questa minuscola metratura tutto quanto serve al vostro palato per farsi un appunto e poter tornare ad assaggiare le loro delizie. Pralinerie eccellenti, ben dosate nella preparazione, tipicamente transalpine, ma con quel tocco di eccedenza golosa, tipica alemanna. Da non perdere le nougat, così come quelle al pistacchio o alla lavanda. Stesso discorso per gli ottimi macarons: leggermente più grandi dei mitici (e costosi) lionesi di Seve, quelli di Mon Plaisir denotano una gran mano nelle cialde, leggerissime, e una passione palese per il godimento cremoso nei ripieni. Indimenticabile quello classico al caramello e burro salato, uno dei migliori mai assaggiati anche in Francia, da scoprire il mandarino e pepe rosa; equilibratissimo quello al Cassis, altro classico, sorprendente quello alla vaniglia e cioccolato bianco.

Konnopke’s Imbiss 

www.konnopke-imbiss.de

Già che siete in zona Prenzlauer Berg, e amate lo street food, ecco l’occasione per atteggiarvi a veri berlinesi sciroppandovi 20 buoni minuti di coda per gustare il tipico Currywurst, vero e proprio simbolo gastronomico della capitale tedesca. Qui, dal 1930, si servono gli autarchici salsicciotti irrorati con la speciale salsa rossa e una spruzzata di spezie, da abbinare a insolite e saporite patate fritte, non banali se non inondate di scadente ketchup o, peggio, maionese… Si fa la coda, si prende il piattino di carta con forchettina di plastica e ci si accomoda, in piedi, ad uno dei numerosi tavolini metallici.

Goodies* 

www.goodies-berlin.de

Volendosi per forza far irretire da propositi e rimorsi una bella sosta a Goodies* é quello che ci vuole. Tipicamente Veg&Veg, il locale é frequentatissimo a pranzo, quando code di studenti si mettono in fila per insalate di pasta e centrifughe alla frutta. Fatevi consigliare dal sorridente personale e magari cedete alla tentazione concludendo lo spuntino con un bel trancio di torta bio.

Osseria 

www.osseria-berlin.de

Avete mai accettato un invito al ristorante la cui premessa fosse: “Mangerai male”? Da italiano all’estero questa premessa a volte é un’auto-premessa, avendo l’Italica schiatta un range parametrico di qualità sorprendentemente alto rispetto a cibi e bevande. Ma questo non era un invito a caso. Osseria, nel quartiere di Weißensee, infatti è un ristorante dove vengono serviti piatti alla maniera della vecchia DDR. Dopo il crollo del muro di Berlino, nel novembre dell’89, gli abitanti di Berlino Est si riversarono in massa nella parte Ovest della città anche per gustare le proibitissime “delikatessen” occidentali: hamburger e banane in primis. Risultato: nei mesi seguenti gli ospedali berlinesi s’ingolfarono di compagni stravolti da indigestioni al ketchup e frutti esotici. La cucina dell’ovest proprio non andava giù ad est. Così nacque il fenomeno “Ostalgie”, gioco di parole per definire la ricerca dei cibi (e delle scadentissime contraffazioni e scimmiottamenti) prodotti nella Repubblica Democratica Tedesca. Osseria serve allora a ricordare, confrontare ed apprezzare (si fa per dire) una cucina povera suo malgrado, senza dignità alcuna, ma con un imprescindibile valore morale e politico-sociale. La Jägerschnitzel altro non è che un enorme insaccato, dagli ingredienti sospetti, tagliato a fette, impanato e fritto, servito con “Spirelli” (fusilli) di grano tenero affogati in una indescrivibile salsa rossa, ondeggiante fra il ketchup e il gusto Paprika delle patatine in tubo… Va meglio con la Würzfleisch überbacken mit Käse, sorta di spezzatino con formaggio (misterioso), vino bianco (provenienza incerta) e salsa Worchester. Provato anche il “Falso Coniglio” (“Falscher Hase”), tremendo polpettone cui veniva data la forma di un coniglio accoccolato per ingannare occhio e stomaco. Anche se sembra impossibile conviene prenotare…

 

*Kurt Von Tappen

Ex collaboratore di Guide Enogastronomiche quali Veronelli e L’Espresso, sommelier, anarchico, ondeggia fra il sentirsi Gourmand e il minacciarsi Gourmet.

 

#EarthDay 2013: quelli di Grow The Planet dicono di essere Curvy Foodie Hungry…. (e mi hanno convinta)

Oggi è la Giornata della Terra e il nostro contributo per salvare il pianeta sarà quello di ospitare il progetto Grow The Planet…poi loro si definiscono Curvy Foodie Hungry…quindi, meglio di così? Buona lettura.

Anna Giacon

Quale concetto tra curvy, foody o hungry si avvicina di più all’anima di GTP?

Tutti e tre. Il progetto ha un’anima che è donna, nonostante si possa pensare che le tematiche dell’orto social interessino solo i maschietti. GTP ha una percentuale di donne che si attesta attorno al 60%, contro un 40% di uomini. E’ una donna mamma, una donna che lavora, una donna che ama la moda e il design in tutte le sue sfumature.

E’ curvy perchè si basa sul concetto di vivere bene e di alimentazione sana, che tuttavia non è sinonimo di magrezza, nè di una taglia 38, nè di un ossessivo bisogno di essere sempre fisicamente perfetta. Curvy è un altro modo per dire “Con Grow The Planet inizi ad amarti”: il cibo che mangi, lo coltivi da solo sul balcone o sull’orto, ed è mille volte meglio rispetto al ravanello del supermercato.

Per questo è anche foodie: è una riscoperta dei valori tradizionali del cibo, è legame, è passione per se stessi e per gli altri, è esperienza. Ma è anche cibarsi consapevolmente, quindi essere a conoscenza che un ortaggio è fonte di energia e nutrizione indispensabile per la salute di ognuno.

E’ hungry perchè, per esempio, per coltivare e auto – produrre, non servono particolari conoscenze o tecnicismi, ma solo una gran curiosità, interesse e premura. E’ apprezzamento del cibo, e la soddisfazione di portare a tavola prodotti genuini.

Erbizia è donna: quali affinità?

Per GTP l’orto è sicuramente donna e il posizionamento di questo prodotto tende ad avvicinarsi molto di più a quelle che sono le esigenze e i bisogni della sfera femminile.  Erbizia non solo è donna, è anche divertente e smart. E’ l’unico giardino aromatico eco-friendly e 100% biologico, dove puoi coltivare erbe fresche, biologiche e deliziose. Un “mini-giardino” contenuto in legno di abete certificato PEFC che consente di auto-produrre, all’interno delle mura domestiche, quattro tipi di erbe aromatiche: erba cipollina, timo, origano e prezzemolo. Erbizia contiene un codice che ti consente di registrare il kit su Grow the Planet. Da quel momento, GTP segue la sua crescita, giorno dopo giorno, con tanti consigli, trucchi e segreti per ottenere delle deliziose erbe aromatiche biologiche da utilizzare per preparare prelibate ricette.

Come nascono i frutti del lavoro di un contadino 2.0?

“Coltiva ortaggi, cambia il mondo” è il motto. Meglio ancora se lo fai insieme ad altri. E così è nato Grow The Planet, la community che aiuta tutti a fare un orto in giardino, sul terrazzo, sul balcone o sul tetto in modo facile e divertente. Una tecnologia finalmente concreta, che connette l’ambito virtuale alla vita reale: gli utenti possono incontrarsi e scambiarsi attrezzi e prodotti a km 0 raccolti direttamente dal proprio orto. Scambiare, crescendo. Scambiare, guadagnando in qualità e quantità. Scambiare per migliorarsi: non a caso il claim di GTP recita “It’s time to grow up and make a better world”. Tra le funzioni disponibili ci sono il diario, dove troviamo le attività da svolgere, la bacheca con il meteo della nostra zona e persino le fasi lunari, importantissime nella scelta del momento giusto della semina. Grow the Planet ci assiste per tutta la vita del nostro orto, in qualsiasi parte del mondo noi abitiamo, e in qualsiasi fascia climatica: dalla preparazione del terriccio all’esposizione sul nostro “stand” digitale dei frutti del nostro duro lavoro. Naturalmente, una volta terminato il ciclo di produzione, è possibile eliminare il tutto e ricreare una nuova struttura.

Gianni e Leonardo al TechCrunch

Come festeggia GTP l’Earth Day?

Da qualche anno l’Earth Day in Italia è diventato un momento significativo di sensibilizzazione nei confronti delle tematiche eco – friendly. Tutti noi siamo amanti della Natura, della sua bellezza. Tutti noi abbiamo a cuore il pianeta Terra. E’ per questo che Grow the Planet invita tutti quanti a partecipare in prima persona alla Giornata della Terra, la festa ufficiale dell’ONU prevista per il 22 Aprile che celebra l’ambiente e la salvaguardia dell’ecosistema. Puoi diventare tu stesso testimonial della campagna, insieme a Grow the Planet: scattare una foto di te stesso, o del tuo orto, che dimostri la tua adesione. Impugna un cartello con scritto “Io ci tengo” o piantalo in un vaso o in un’aiuola del tuo orto.

Condividi poi la foto con noi:

Creeremo poi un album che le raccoglie tutte!

Noi “ci teniamo” e voi?

 

Uomo + Donna + Barbecue: conversazioni inutili e di genere attorno a una griglia

La primavera mi ispira sempre una serie di pensieri sul tema delle donne, degli uomini e del barbecue. Faccio anche considerazioni di maggior spessore, credetemi, ma questa cosa proprio mi diverte… Ne ho scritto un po’ ovunque, anche nel numero di maggio Casaviva che sarà in edicola tra pochi giorni, ho dedicato le pagine Ricette e Racconti alla cucina al barbecue, con tante ricette per cucinare un intero menu davanti alla griglia. Per Casaviva ho fatto cucinare gli uomini e proprio per questo, per il fatto che da sempre il barbecue è affare di maschi, mi sono divertita ad agitare qualche discussione in qua e in là. Se ne avete voglia, se anche voi sentite dal vostro terrazzo i primi odorini di carne abbrustolita, allora sollazzatevi con queste righe, tanto a cucinare..ci pensa lui.

L’ultima frontiera della parità di genere è la griglia?

Per chi è attento al mondo del cibo e ai suoi riti, in primavera accadono due cose memorabili: è la stagione degli asparagi e si accendono i barbecue. Vi parlerò dei secondi. Fateci caso, i giardini e i terrazzi dei vostri vicini di casa iniziano a emanare odori di carne grigliate, verdure e polli allo spiego, e si consuma il rituale collettivo della cucina al barbecue: un uomo, solo, davanti al suo barbecue. Si perché a questo rituale partecipano come attori, quasi esclusivamente, gli uomini. Vi sfido a trovare una donna alla griglia. Il barbecue è solo per tizi virili e barbuti? CONTINUA QUA

Uomini e Barbecue: il gastrosexual è un’altra cosa

C’è solo una cosa più esasperante di un uomo che non sa cucinare: un uomo che non sa cucinare ma ha un barbecue. E quel che è peggio, se ne definisce uno “specialista”. Da qualche parte ho letto che “un uomo deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un’invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto saporito, battersi con efficienza, morire valorosamente. La specializzazione va bene per gli insetti.” Nella lista non è specificato il modo in cui cucinare il maiale macellato per ricavarne un pasto gustoso; ma tra le righe, milioni di uomini in tutto il mondo vi leggono una parola sola: barbecue. CONTINUA QUA

Io, lui e il BBQ

Qualche sera fa sono andata a un corso di cucina al barbecue, organizzato da I Signori del Barbecue a Bologna. A casa mia il barbecue è roba da uomini: nel senso che io non mi ci posso avvicinare. Mica si scherza, il barbecue è ferro e fuoco, un affare per veri maschi. A me il compito di preparare le cibarie e ripulire i piatti. Chi ha un compagno fuochista, sa esattamente quello che intendo. Ma non son qui per far la guerra dei sessi. Vorrei condividere con voi alcune preziose informazioni che ho imparato alla lezione di cottura al barbecue, in modo da sconfiggere il vostro lui almeno nella parte teorica, con qualche domanda da mandarlo fuori di testa. Per esempio, provate a chiedergli: stai procedendo come da reazione di Maillard? Lui impallidirà. Oppure, credi che la cottura indiretta sia da preferire per le tue salsicce? Ma anche spiazzarlo proponendo un: perché non ci facciamo una pizza al barbecue? CONTINUA QUA

Salviamo le crostate!

Si, lo ammetto, ne ho prodotte parecchie di dolci invettive contro il cake design. Rileggendo i post che ho pubblicato negli ultimi mesi, mi autocandido a paladina del “Save The Crostate Movement“: un gruppo di ribelli che non si vogliono piegare alla pasta da zucchero e alla cupcakechizzazione di qualsiasi cosa. Un gruppo per il quale una torta è, prima di tutto, buona da mangiare, indipendentemente dalla forma che assume. Che fine hanno fatto le crostate? Le torte di mele? Le ciambelle? Oscurate mediaticamente dalle wedding cake, birhdate cake, celebration cake: tutte perfette, precise, colorate, adornate. Se fossero donne, direi che sembrano tutte quelle modelle artificiali e ritoccate al photoshop che si vedono nelle riviste. Ma non voglio ripetermi, come dicevo, ne ho già scritto abbastanza.

Qui c’è un pezzo sull’ossessione da cake design, qui potreste capire se siete una crostata o una cupcake, oppure chiedervi che fine hanno fatto le torte brutte, e cosa lega il cake design alla nail art, e infine cosa spinge le donne a trasformarsi in cupcake ambulanti?

Intanto che voi leggete, io mi preparo una crostata con la marmellata di more selvatiche.

Isa, Giovanna e Aurora. Che donne, queste donne!

Da sx Isa Mazzocchi, Giovanna Guidetti, Aurora Mazzucchelli

Gli ultimi giorni sono stati pieni di occasioni per rimpinguare il mio orgoglio emiliano romagnolo. A partire dall’articolo sul Trigabolo che ho scritto per Dissapore, alla nascita del Consorzio di Promozione della Piadina Romagnola (era ora!), alle chiacchiere che ho fatto con Giorgio Melandri a proposito della prossima edizione di Enologica e fino alla serata a cui sono stata invitata da Carlo Vischi per l’evento “Per Tutti i Gusti” che ha avuto come protagonisti chef e produttori Emiliano Romagnoli. Proprio a questa serata, che si è tenuta lunedì scorso allo Sheraton Malpensa, ho scattato la foto che vedete qua sopra, immortalando queste tre grandi donne e chef emiliane. Isa Mazzocchi (del ristorante La Palta di Borgonovo Val Tidone), Giovanna Guidetti (dell’Osteria La Fefa di Finale Emilia) e Aurora Mazzucchelli (del ristorante Marconi di Sasso Marconi). Che bello vedere queste facce femminili nel mondo barbuto e testosteronico delle cucine e degli chef, e sapeste che belle storie hanno da raccontare! Comincio col raccontarvi la storia di Giovanna, che incanta ed emoziona. Un avvocato pentito (anche lei, come me) che a 39 anni ha scelto di cambiare vita e seguire la sua passione, la cucina. Ma andiamo per ordine, state ad ascoltare: era il 1999 e durante una vacanza a Panarea per dedicarsi alle immersioni e a un po’ di relax dopo una brutta malattia che l’aveva costretta a letto per vari mesi, Giovanna resta bloccata sull’isola a causa del mare burrascoso. Il caso volle che durante una cena presso un’osteria di Panarea che cercava un aiuto cuoco Giovanna restò folgorata da quell’intuizione che la spingeva a cambiare vita: si propose per il lavoro estivo in cucina, salutò figlio e marito, e rimase a Panarea. Il suo compito da “aiuto cuoco” consisteva nel pulire pesce sin dalle prime luci del mattino, non se la spassava affatto bene, e anche il suo fisico era molto provato. Allora aguzzò l’ingegno e si inventò una torta di mandorle talmente buona che all’osteria andava a ruba: passò di grado, da pulitrice di pesce a pasticcera. Poi il resto si racconta da sé: il ritorno a Finale Emilia e la voglia di imparare, corsi e stage in molte cucine e fino alla realizzazione del sogni di aprire un’osteria tutta sua. Sogno avveratosi il 23 ottobre del 2001. La storia di Giovanna che io ho brutalmente sintetizzato è stata raccontata da Alessandra Meldolesi nel libro “Cuochi”, curato da Giorgio Melandri. In quel testo Giovanna risponde alla domanda di come fosse nato il suo amore per la cucina così: “Quando siamo rimasti orfani avevo circa 30 anni, ma mio fratello minore ne aveva 11 di meno. Ho sentito che il mio scopo era proteggerlo, utilizzando i sapori di casa in modo che anche lui potesse conoscere la cucina della mamma, della nonna, della zia. Anche perché sono sempre stata convinta che mangiare bene aiuta a soddisfare la mente e il corpo, ma soprattutto aiuta a superare i grandi problemi della vita. Per cui mi sono impegnata a fargli da mangiare sempre: pranzo, cena e colazione. Invitavo tanti suoi amici per rendergli la vita più serena.” La Fefa è a Finale Emilia, epicentro del terremoto dello scorso anno. Ma Giovanna appena ha potuto ha riaperto la sua osteria, proprio perché “mangiare bene, aiuta a superare i grandi problemi della vita.”

E poi c’è Isa Mazzocchi, scatenata, che mi piace perché si definisce una cuoca dell’imperfezione (“i fornelli a induzione non mi piacciono, sono troppo precisi”, dice) e porta avanti un ristorante che si tramanda “in via matriarcale”, come tiene a precisare, di generazione in generazione. Una pasionaria, legatissima al suo territorio, che spinge le tradizioni locali e le difende con le unghie e con i denti “Mi chiedo come mai tutti conoscete il kebab ma non conoscete i batarò” (pane battuto da farcire con i salumi piacentini e le maionesi e salse preparate da Isa, ndr.). Io Isa l’ho conosciuta lo scorso novembre a Enologica e mi era subito piaciuta, una cuoca legata a quel che produce il suo orto, già da prima che lo chef-contadino andasse di moda..una cuoca legata al territorio per forza e per sopravvivenza, già da prima che la riscoperta della tradizione fosse cool. Una donna concreta, senza tante “pippe”, che intende la cucina così come la si intende da 4 generazioni, tante son quelle che si tramandano La Palta. Alla faccia di tutti gli chef barbuti e tanto trendy che ora si riempiono la bocca di parole come territorio e tradizione…

E che dire di Aurora? Una furia rossa, giovane e brava, di cui ho già scritto anche su questo blog. Un’ascesa inarrestabile la sua, che a Malpensa ha preparato un raviolo di ripieno con crema di parmigiano e lavanda che ancora me lo sogno.

Io vi consiglio di andarle a trovare queste donne, io non vedo l’ora di farlo; regalatevi un pranzo o una cena al femminile. Ecco gli indirizzi che dovete segnarvi:

Osteria La Fefa, Via Trento Trieste 9/c – Finale Emilia (+ 39 0535 780202) www.osterialafefa.it

Ristorante La Palta, Via Bilegno 1/c – Borgonovo Val Tidone (+39 0523862103) www.lapalta.it

Ristorante Marconi, Via Porrettana, 291 – Sasso Marconi (+39 051846216) www.ristorantemarconi.it

Dei geni hanno inventato una carta da parati con una fantasia al cioccolato

A Milano è iniziato il gran fermento per il Salone del Mobile, che si terrà dal 9 al 14 aprile. Io ho una sorpresa per voi, ma ci sarà tempo per raccontarvela con più calma. Intanto vi segnalo questa iniziativa che credo possa interessare le CFH milanesi: avete presente le tavolette di cioccolato Zaini? Ecco, alcuni creativi (geniali!) hanno trasformato quei riconoscibili quadretti di puro piacere in un motivo per carte da parati (me la immagino già in camera da letto…), grembiuli da cucina, borse e pochette (ne voglio una!!!). Ma ora eccovi tutti i dettagli: nell’anno del suo centenario la Luigi Zaini, celebre fabbrica di cioccolato sorta a Milano nel 1913, si presta giocosamente a farsi reinterpretare il look dal team creativo di Tempi di Carta, studio specializzato in packaging design. Carta bianca ai creativi, che hanno scelto di farsi ispirare dal particolare trademark della tavoletta fondente da 400 grammi di Emilia, il cioccolato fondente extra per cucinare, prodotto di punta dell’azienda dolciaria. La particolare e riconoscibile forma del cioccolato sarà trasformata in motivo per carta da parati, grembiuli da cucina, borse e pochette e…per giocare anche con le parole, il pack del cacao sarà trasformato in… zainetto. Il progetto, ideato e curato da TEMPI DI CARTA in Altavia, porta il nome OUT OF THE BOX, LA SECONDA PELLE DEGLI OGGETTI, e oltre che su Zaini gioca con i packaging di altre e importanti aziende food and beverage.

L’installazione è aperta al pubblico, ed è organizzata dal 10 al 13 aprile, presso la sede Altavia in Alzaia Naviglio Pavese 78/3, Milano. Sarà possibile visitarla tutti i giorni dalle 14 alle 21, sabato dalle 10 alle 21.