Come essere certe che la vostra dieta fallirà

“Sbaglia chi crede che il momento dell’anno più stressante per i dietofagi sia l’estate, in realtà sono le festività natalizie. In quel periodo non si fa altro che parlare di cosa e di quanto si mangerà, di bilancia e di chili di troppo. E dopo le feste è obbligatorio dover perdere i chili che abbiamo acquistato e, naturalmente, farlo entro gennaio. Gli inglesi hanno perfino coniato il nome janopause (pausa di gennaio) per indicare un periodo di sobrietà, dieta e depurazione dopo le abbuffate di dicembre, come se un mese di restrizioni fosse un valido alibi per la propria coscienza. Ma le feste non eran fatte apposta per essere santificate ingozzandoci di pandori, panettoni, zamponi, lenticchie, tacchini, pranzi di Natale, Cenoni di Capodanno e calze della Befana? Non ci avevano ammorbato per tutto dicembre con servizi tv, numeri speciali di riviste con ricette di Natale, menu di Capodanno, offerte imperdibili e così via? Se dicembre è il mese più ghiotto per i fatturati dell’industria alimentare, gennaio lo è per l’industria della dieta.” Così scrivevo nel capitolo Le diete non funzionano soprattutto prima dell’estate o dopo Capodanno del mio 10 Ottimi Motivi per Non Cominciare una Dieta; oggi sfogliando i giornali mi accorgo che tutti, tutti tutti, hanno un articolo sulle diete. Che vi avevo detto? In ogni caso, ho stilato, e penso vi sarà molto utile, un piccolo elenco di cose da fare per star certe che la vostra dieta fallirà.

1. Saltate i pasti o mangiate poco durante il giorno. In questo modo state certe che arriverete a sera fuori di testa dalla fame e mangerete tutto ciò vi capiti a tiro: compreso un panetto di burro intero, tonno al naturale (che avete comprato perché siete a dieta…) immerso nella maionese, pan carrè scaduto, farina per polenta.

2. Comprate dolcetti e schifezze, con la scusa che sono per il vostro fidanzato, marito, figlio. In questo modo avrete la garanzia che del cibo succulento e traditore alloggi nella vostra casa senza sentirvi in colpa per averlo comprato. Tenete quel senso di colpa per quando rovisterete come cani affamati nella dispensa in cerca di qualcosa di dolce dopo aver consumato la vostra dose giornaliera di barrette dietetiche.

3. E a proposito di barrette dietetiche: sostituite i vostri pasti con cilindri collosi e insapori o, se preferite con sbobbe dai colori che non esistono in natura. Vi sentirete sazi e felici come dopo aver gustato una buona pizza napoletana, un arrosto di pollo con patate e rosmarino o una bella insalata croccante. Perché mangiare vero cibo se possiamo ingurgitare polistirolo?

4. Ogni sera impostate la sveglia ad un’ora folle per il mattino seguente, prima dell’alba, perché sicuramente da domani inizierete ad andare a correre. Fatelo ogni santo giorno. Perderete ogni lucidità in nome di una coscienza risciacquata dai sensi di colpa, e porrete irrealistiche aspettative nella vostra capacità di risveglio. Piuttosto lasciatevi morire dentro quel letto…ma, per l’amor di dio, non avete assolutamente mezzora di tempo per una corsetta…e come diavolo vi è venuto in mente?

5. Costruite un sistema di ricompense tutto incentrato intorno al cibo. Una giornata da dimenticare? Patatine e aperitivo. Una giornata da ricordare? Patatine e aperitivo. …

6. Pensate al cibo, tutto il giorno. Siatene ossessionate: pensate a quello che avete appena mangiato, ma soprattutto a quello che non potete mangiare. Questo è il modo più infallibile per fallire una dieta. La cosa su cui cercate di esercitare il vostro controllo, avrà il pieno controllo su di voi…

7. Non cucinate. Non azzardatevi a farlo. Piuttosto rincitrullitevi davanti al televisore a guardare i food show, o comprate cibo pronto: rosticcerie, take away, surgelati. C’è chi lo fa meglio di voi, dunque perché faticare dietro ai fornelli?

8. Provate una di quelle diete miracolose fai da te che sono pubblicate su riviste come “Manonvedicomeseigrassa”…probabilmente dimagrirete qualche chilo, è ovvio che succeda facendo la fame, ma non temete, li riprenderete tutti in men che non si dica.

Conoscete Kerstin Rodgers? NO? Per forza, il suo è un supper club…

No dai, è impossibile che non la conosciate. MsMarmitelover, il suo nome d’arte, vi dice nulla? Insomma, anche se quella delle cene segrete, dei supper club, dei ritrovi a casa di qualcuno come fosse un ristorante, ma formalmente non lo è, non è più una novità, Kerstin Rodgers continua a far parlare di sè.

Kerstin Rodgers alias MsMarmitelover ha lanciatola moda dei ristoranti clandestini nel Regno Unito tramite il suo blog The English Can Cook.  Da allora, è diventata una specie di celebrità e lo scorso ha pubblicato il libro Supper Club (edito da Harper Collins). Ha un approccio “punk” alla cucina e fa parte di quella nuova generazione di scrittori-cuochi-foodie che parlano tramite i blog e i social network.
Quest’anno è stata uno dei giudici agli Young British Foodie Awards per la categoria dello chef più irriverente.

Io ve la segnalo, come ho già fatto con Rachel Khoo e FEGH, perchè è una tipa esilarante, bella rappresentante di un modo femminile di scrivere e di interpretare il mondo del food. Potreste per esempio seguirla su Twitter (@MsMarmitelover), dove si definisce: ‘Traditionally built’ anarcho-restaurateur and anti-chef. Carboholic. Condimental.

Insomma, è una donna del cibo con qualcosa da dire. Alleluja. Alleluja.

Ecco come nasce un servizio di cucina per Casaviva

Lo so, faccio uno dei lavori più belli del mondo. Almeno per chi ha la passione per il food e per tutto ciò che vi gira attorno, pubblicazioni comprese. Per questo motivo ogni volta che qualcuno mi chiede in che cosa esattamente consista il mio lavoro, parto con spiegazioni dettagliate, enfasi, aneddoti, racconti, che per fermarmi è un’impresa. Fortunatamente, in occasione dell’ultimo servizio che abbiamo realizzato, per il numero di Natale di Casaviva che trovate in edicola, con noi c’era Marzia De Clercq, una brava video maker che ha filmato il backstage, e ripreso me che organizzavo, assaggiavo, davo istruzioni, Francesco Costanzo del ristorante Pastamadre di Milano che ha cucinato i piatti protagonisti delle tavole e lo staff di fotografi, stylist, montatori e modelli che hanno lavorato con noi. Buona visione!

Questo il link al video.

L’impagliata moderna si chiama Jo-Va. E l’ha reinventata Lidia Carlini.

Dove finisca la tradizione e cominci l’innovazione non si sa e non interessa, i confini tra loro sono sempre più labili, ma una cosa è certa: senza conoscere il nostro ieri, non potremmo interpretare l’oggi, tantomeno il domani. Parte da queste considerazioni il nuovo lavoro di Lidia Carlini, ceramista, che gioca tra passato e presente scegliendo di reinterpretare un’antica tradizione, racchiusa in un oggetto, carica di fascino e legata alla concretezza del mondo dei riti familiari, delle persone e dei piaceri: la tradizione dell’impagliata, un piccolo set di piatti, impilati a formare un corpo unico, che veniva regalato alla puerpera per il primo pranzo dopo il parto. La Carlini reinventa l’impagliata nel suo essere rito, opera d’arte, oggetto di uso quotidiano, supporto alla celebrazione dei piaceri del palato, attualizzandola ai giorni nostri, alle nuove mamme e alle famiglie moderne, alle case, alle passioni e abitudini di oggi. Nasce Jo-Va. Da Jolanda a Valter.

Jo-Va è un concept e un percorso che evolve su sentieri diversi e in continuo mutamento. Jo-Va assume tante identità. Si fa scultura quando veste forme più spettacolari, racchiusa e protetta, come fosse un seme, da un enorme guscio che ne lascia intravedere solo i colori e accennate le forme; bidimensionale (è una elegante e altera colonna impilata, si stende sulla tavola quando accoglie il cibo), composta da diversi  pezzi (dal piatto fondo a quello piano, dalla tazza per il brodo al contenitore per il sale e fino al bicchiere), Jo-Va conserva la sua essenza di set di piatti e diventa design per la tavola, realizzata con tecnologie ceramiche atte all’uso quotidiano e pensata con geometrie che permettono di riporla comodamente; Jo-Va è anche simbolo e dono, in tante forme e colori, come nella tradizione, per dimostrare un’attenzione particolare a chi la riceve in regalo.

Le Jo-Va di Lidia Carlini sono a volte grandi e silenziose, chiassose e colorate nane, giunoniche e sinuose, arzigogolate o pragmatiche, un po’ come le donne moderne nelle loro sfaccettature, un po’ come gli uomini di oggi trovatisi ad essere uno, nessuno, centomila alla ricerca urgente di autenticità. Come Jolanda e come Valter, metafore della donna e dell’uomo moderno. Distanti o vicini, in coppia o da soli, diversi ma in fondo uguali, nel cercare la loro felicità anche attraverso il piacere delle piccole cose.

Jo-Va è un gioco di forme e cibo, tra singolari e plurali dove perdersi e ritrovarsi all’infinito. Smontare e montare, apparecchiare, scegliere, toccare e spostare. Jo-Va è puro piacere. Piacere di quel cibo che è nutrimento per il corpo, gli occhi e lo spirito, e che ti mette in relazione con te stesso, prima di tutto, e poi con gli altri. Piacere di toccare la ceramica, capirla e sapere che ad ogni pezzo di Jo-Va corrisponde (perchè no?) una ricetta, un alimento, un sapere culinario. Jo-Va contiene. E’ nutrice e nutritizia, racchiude il cibo e lo presenta nel suo essere essa stessa un vero e proprio menu a più portate, per infinite combinazioni e altrettante voglie.

Jo-Va è un hic et nunc di materia, la ceramica, che fa parte della vita dell’uomo da sempre, e sta lì a ricordargli di non spegnere mai il suo istinto al bello e al piacere, quello che fa sempre scegliere l’armonia e non il caso,  il vero e non l’effimero,  il gusto e non il sapore.

 

Tipici e Fantastici: i cibi di Francesca Ballarini

Venerdì inizia Enologica, e già questa è una notizia per chi gravita in Emilia Romagna o comunque vuol partecipare a una bella manifestazione dedicata al vino e ai prodotti della mia terra. Ma non voglio parlarvi di questo. Grazie a Enologica e al suo curatore Giorgio Melandri, ho conosciuto il lavoro di Francesca Ballarini, illustratrice e art director incaricata da Melandri di illustrare i dieci prodotti tipici dell’Emilia Romagna. Così è successo che da delizie del palato, sono diventati soggetti artistici. E che belli!

Francesca Ballarini ha trasformato in storie l’Asparago di Altedo, Culatello di Zibello, la Mortadella di Bologna, il Parmigiano Reggiano, l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena e Reggio Emilia, le Pere Igp dell’Emilia Romagna, il Tortellino, il Pane Ferrarese, il Prosciutto di Parma, la Piada di Romagna.

I dieci disegni sono pubblicati sul sito di Enologica, tutti li possono vedere e soprattutto votare quello che più di altri rappresenta al meglio l’Emilia Romagna, regione che detiene il maggior numero di Dop e Igp della penisola. E sono proprio curiosa di sapere chi sarà il vincitore…. (Naturalmente anche io ho votato, ma non vi dirò per chi…)

Tortellino

Lo so, lo so, sento le vostre voci che mi stanno chiedendo: dicci di più di Francesca e dei suoi disegni. Abbiate pazienza e continuate la lettura, perché non solo vi segnalo il suo bellissimo blog “Io e Nina” e il suo sito personale, ma ho fatto di meglio, ho chiesto a lei stessa di raccontarci qualcosa di personale… Credo che anche lei sia una Curvy Foodie Hungry..

Piada di Romagna

Vivo nelle Marche, in provincia di Ancona, nelle colline dei castelli di Jesi, incastonata, e innamorata delle curve tutt’attorno. Se non mi fermo qui, mai spero in vita mia di vivere troppo lontana dal mare.

Prosciutto di Parma

Col mondo del food, ci siamo incrociati per caso, e per vie tortuose anni fa. Nel 2006, quando ero a Bordeaux per qualche mese a vivere e lavorare, cercavo ricette da cucinare per i miei ospiti francesi, e in rete i primi blog di food brillavano parecchio:  da lì ho cominciato a seguirli, a farli amici, non necessariamente a cucinare tutto, ma a far anche io la “foodie”. Ho iniziato a guardar quel mondo coi miei occhi, a rendermi familiare un universo che mi incuriosiva per quanto multiforme e foriero di fantasia era. L’approccio con lo strumento “blog” s’origina un po’ da lì: così “Io & Nina” è nato come il mio luogo da “cibo per gli occhi”, e poi non solo mio, ecco. È nutrimento d’anima, come se scrivere/disegnare una cosa sia un modo per capirla davvero, direi.

Che poi “Io &Nina” è un trattato d’amore. Per cui una fusion inaspettata, ma tant’è…

Parmigiano Reggiano

Di pari passo le amicizie che son nate in quelle stradine da mangiare, come la casetta di Hänsel&Gretel, han reso Nina “colei che disegnava tra i cibi e i vini parlanti”. Per La Cucina di Calycanthus, disegnai ex libris e cartoline illustrate per l’uscita dei loro primi libri (e mi son beccata pure un ritratto alimentare col mio riso, cibo preferito, ndr”) ho illustrato ricette, e così via, in un connubio con il prodotto cibo/vino  più profondo di una descrizione “illustrata”: è  un concetto che è multiforme, messo in segno, con più significati dentro, e ognuno ci legge qualcosa, come in un fondo del caffè.

E così mi han trovato poi occhi lunghi e avanguardistici come quelli di Elisabetta Foradori, per cui il nuovo sito per la sua azienda è stato tutto disegnato come un racconto intimo sulla filosofia del suo lavoro. 

Poi nella rete si sa, ogni tassello si moltiplica in una proporzione aurea infinita, e crescono cose, si trasformano, è un prisma che stupisce. E ti trovi a interpretare un culatello di Zibello per Enologica come a illustrar il volto della Carmen di Bizet per una nuova stagione d’Opera…

Ogni cosa si racconta, se trovi una verità che sia codice di ogni interpretazione. È osmosi, è umano trovare un senso, uno specchio, anche nell’impensabile. Serve tempo per capire, liberi per ricevere, serve fidarsi del proprio sentire, ascoltare. Riderci su, pure. 

Mortadella di Bologna

Più che con illustratrice, mi piace pensare di creare immagini, trovare un senso col segno e poi liberarlo e vedere l’effetto che fa; una parola la troverò per darmi quest’identità, che codificata ancora non è, ma che io chiamo Nina.

Pane Ferrarese

Quanto mi piace questa ragazza…quasi quasi le chiedo di illustrarmi una Curvy Foodie Hungry…che ne dite?

Ho chiesto a Carlo Cracco il segreto della sua fighezza: mi ha risposto con un risotto…

Ha appena pubblicato un libro dal titolo Se vuoi fare il figo usa lo scalogno, e il 13 dicembre sarà nuovamente in televisione con la seconda edizione di Masterchef: naturalmente ho voluto chiedere a Carlo Cracco il segreto di tutta questa sua fighezza…e qui trovate l’intervista che gli ho fatto.

Choosy? No, foodie… Ecco i nuovi mestieri del gusto, per trovare un lavoro SICURO

Quasi quasi faccio il sommelier della frutta, o il personal trainer dell’orto. O, magari, la pastamadre-sitter! E poi uno dice che le cose succedono per caso… Coincidenza o no, in settimana è successo che Elsa Fornero ha detto che i giovani non devono essere choosy, e Coldiretti ha risposto ieri dal Salone del Gusto di Torino con i risultati di una ricerca che mostra che oggi la maggioranza dei giovani italiani, a differenza delle generazioni che li hanno preceduti, non sogna piu’ un lavoro nell’ufficio di una banca magari in una grande metropoli, ma vorrebbe invece gestire un agriturismo in piena campagna.

E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Swg divulgata in occasione dell’inaugurazione del Salone del Gusto/ Terra Madre a Torino che evidenzia l’affermarsi tra i piu’ giovani di una nuova cultura del cibo, dell’ambiente e in generale della qualità della vita.

La metà dei giovani tra i 18 ed i 34 anni, stando ai dati Coldiretti – preferirebbe infatti gestire un agriturismo piuttosto che fare l’impiegato in banca (23 per cento) o anche lavorare in una multinazionale (19 per cento). Si tratta di una vera rivoluzione culturale che non riguarda in realtà solo i giovani (ah, ecco… mi pareva! Io stessa che di anni ne ho 35, sogno di aprire un agriturismo, produrre vino, fare marmellate e allevare galline ruspanti!) poiché in generale tra tutti gli italiani ben il 28 per cento – riferisce la Coldiretti – scambierebbe – il proprio lavoro con quello dell’agricoltore. I motivi di tale scelta sono indicati nel fatto che per il 50 per cento così si fa una vita piu’ sana, per il 18 per cento ci si sente piu’ liberi e autonomi e per il 17 per cento per il piacere di vivere in campagna, mentre solo il 7 per cento ritiene che si guadagni di piu’.

Ma a parte quello dell’agricoltore, sono tanti e fantasiosi i nuovi MESTIERI GUSTO, così li chiama Coldiretti e garantisce 100MILA POSTI.

Con i nuovi mestieri del gusto si aprono opportunità per almeno centomila nuovi posti di lavoro nei prossimi tre anni per effetto della nascita di nuove professioni che vanno dall’agrigelataio al sommelier della frutta, dall’affinatore di formaggi al birraio a chilometri zero, dal personal trainer dell’orto all’assaggiatore di miele, grappe, olio, dal food blogger sul web al lavoro nei mercati e nelle botteghe degli agricoltori di campagna amica. E’ quanto ha affermato il Presidente della Coldiretti Sergio Marini sempre al Salone del Gusto di Torino sulla base di uno studio effettuato dall’organizzazione degli imprenditori agricoli.Ecco chi sono e cosa fanno…

Agrigelataio 

Allevatore che trasforma direttamente in azienda il latte prodotto in gelato

Personal trainer dell’orto

Agricoltore che offre consulenza e tutoraggio a domicilio agli amanti dell’orto

Sommelier della frutta

Esperti assaggiatori che insegnano a scoprire varietà, grado di maturazione, sapore

profumo per il giusto acquisto di frutta

Affinatore di formaggi

Casaro evoluto che lavora il latte direttamente in alta montagna e “concia” il formaggio

rendendolo unico.

Assaggiatore di miele, grappe, ecc 

Valuta le caratteristiche qualitative dei diversi prodotti.

Alchimista di campagna

Produttore di erbe che attraverso magnifici alambicchi le trasforma in pregiati distillati

Birraio a km 0 

Coltivatore di cereali che trasforma il proprio orzo in ottima birra artigianale

Food blogger  

Amanti della cucina che postando ricette sul web accumulano sempre nuovi e affezionati seguaci

Altre idee?

Non tutti quelli che mangiano cioccolato vincono il premio Nobel, ma tutti quelli che hanno vinto il premio Nobel…mangiano cioccolato!

Avrete sicuramente letto la divertente notizia che negli ultimi giorni è rimbalzata su parecchi magazine online. Io l’avevo letta qua, ma ne ha scritto anche la stampa italiana. Ok, ok, smetto di tirarla per le lunghe e ve la dico: sembra che uno studio pubblicato dal New England Journal of Medicine, dimostri come il consumo di cioccolato di un paese sia strettamente collegato al numero di premi di Nobel vinti. Non a caso, il Paese con il più alto numero di premi Nobel, la Svizzera, è anche la patria del cioccolato.

Dunque, è vero che il cioccolato rende più intelligenti? Secondo Franz Messerli, il ricercatore che ha analizzato questa correlazione, ”possibile che il cioccolato non renda le persone intelligenti, ma che le persone intelligenti che hanno maggiori probabilità di vincere il Nobel sono consapevoli dei benefici del cioccolato, e quindi hanno maggiori probabilità di consumarlo“.

Vi consiglio la lettura di questo articolo. E non dimenticate di mangiare un cioccolatino oggi!

Il giro del Mediterraneo in 8 piatti unici

Nel numero di Luglio di Casaviva, ho scritto questo pezzo dedicato ai piatti unici più famosi del nostro Mediterraneo. Ho pensato che fosse il modo migliore per augurarvi un’ottima estate, quindi ve lo posto qua sotto!

Accomunati dallo stesso mare, ma comunque diversi: sono i piatti tipici delle cucine dei porti mediterranei. Originali per tradizione e irripetibili per l’appagamento. In una parola: unici.

Fritto senza spine. In Romagna il mare si gusta fritto, servito direttamente sulla carta paglia, come piatto unico delle serate estive. Moscardini, gamberetti, soglioline, totani e anche verdure di stagione, come zucchine e carote. Si frigge con una pastella leggera, si serve con abbondante limone, e si accompagna con un bicchiere di fresco vino bianco o una birra artigianale all’Osteria del Gran Fritto (www.stefanobartolini.com) a Cesenatico (FC).

Brodetto. Dal Veneto al Molise, nelle sue infinite varianti, il brodetto è il simbolo della cucina marinara. Ogni porto ha la sua versione (che si differenzia principalmente in base al tipo di pesce utilizzato e di verdure aggiunte) ed è un continuo contendersi la ricetta migliore, al punto che a Fano (PU), dal 7 al 9 settembre, si svolge il Festival Internazione del Brodetto e delle Zuppe di Pesce, durante il quale tantissimi chef si sfidano per cucinare la ricetta perfetta. (www.festivalbrodetto.it).

Riso, patate e cozze. In Puglia è un piatto unico della cucina di casa, sostanzioso e genuino, e da quelle parti è chiamato anche “tiella di riso” dal nome del recipiente usato per la sua preparazione. Ad Alberobello (BA), al Ristorante il Poeta Contadino (www.ilpoetacontadino.it), il riso papate e cozze è sempre in carta e gli hanno persino dedicato il Piatto del Buon Ricordo (www.buonricordo.it).

Cous Cous di Sicilia. Il paese di San Vito Lo Capo oltre ad essere famoso per lo splendido mare e la candida spiaggia, è diventato la patria italiana del cous cous, il piatto unico mediorientale che fa parte della  tradizione culinaria siciliana. Tutti i ristoranti di San Vito lo propongono nella versione tradizionale o in quelle rivisitate, ma per gustarlo nell’atmosfera più coinvolgente conviene partecipare al celeberrimo Cous Cous Fest, che quest’anno si terrà dal 25 al 30 settembre (www.couscousfest.it).

Cacciucco. E’ il piatto unico più famoso di Toscana, vanto dei livornesi, che tradizionalmente usano, per questa zuppa speciale, fino a 16 tipi di pesce diverso e il classico pane toscano ben agliato. Si può provare alla vecchia maniera al ristorante Il Sottomarino (a Livorno, in Via dei Terrazzini 48/50 tel. 0586 887025), oppure in versione rivisitata al ristorante Il Meglio di Jo’ (a Viareggio in Via Bonaparte Paolina, 215 tel. 0584 48337).

Buridda. Il nome ha origini arabo-provenzali, ma si gusta in Liguria, dove è una vera e propria specialità  della tradizione: la Buridda è un piatto unico a base di pesce e verdure. In particolare, la Buridda alla Lavagnina, è preparata con le seppie accompagnate da carciofi o piselli ed è l’oroglio del paese di Lavagna, dove si più mangiare alla Trattoria Raieü (www.raieu.it).

Bouillabaisse. “Bolle!”, “Abbassa!”, si urlavano da un lato all’altro degli stretti viali del porto dalle finestre delle cucine marsigliesi, per avvisarsi reciprocamente che il tegame sul fuoco dove il pescato del giorno si cuoceva lentamente stava borbottando. Questa è la leggenda legata al nome del più famoso piatto unico del Mediterraneo francese e che ha Marsiglia come città natale. Per gustare una vera e tradizionale bouillabasse, fuori dai soliti indirizzi per turisti, occorre individuare quegli chef intransigenti che ancora dedicano pomeriggi interi alla sua preparazione, come fa Bernard Loury nel suo ristorante al porto vecchio (www.loury.com).

Paella. Specificate “di marisco”, perchè quella valenciana prevede solo carne! Oppure scegliete la fideuà, dove al posto del riso ci sono piccolissimi spaghettini. A Valencia tutti i ristoranti propongono la paella, anche al celebre La Lola (www.lalolarestaurante.com), che unisce cucina e intrattenimento tradizionale.

Criptonite! cronaca di una cena al Ristorante Piazza Duomo di Alba. Chef: Enrico Crippa

Un paio di mesi fa ho cenato nella cucina (si, si, proprio in un tavolo dentro alla cucina, altrimenti detto: lo studio dello chef) del Ristorante Piazza Duomo ad Alba. Tra un piatto e l’altro, lo chef Enrico Crippa, si affacciava per scambiare due chiacchiere. Così è nata l’intervista pubblicata oggi su Style.it

Lo chef Enrico Crippa nella foto di Tino Gerbaldo