Cronache da Taste of Milano. Caro Chef, emozionaci, insegnaci a mangiare e trasmetti anche a noi un po’ della passione per quello che fai.

Sono ragazzi che lavorano quindici ore al giorno, che sfidano se stessi in continuazione, che hanno iniziato presto a prendere seriamente in considerazione il loro futuro ( e magari anche qualche sberla della vita). Li ho incontrati al Taste of Milano nella Premium Lounge di Casaviva e la cosa più bella è stata vedere gente così innamorata del proprio lavoro. Membri di gruppo che quando è unito non ha competizione fra loro, ma solo un sano confronto.

Gli chef di Taste of Milano rimettono la palla  a terra quando parli di alta cucina “diciamo cucina di qualità”, mi corregge Andrea Berton, e sottolineano  che non sono artisti, ma cuochi, semmai artigiani.

Ciò di cui gli piace più parlare è il loro lavoro. A Daniel Canzian, seduto a fianco a me nel salotto di Casaviva, brillano gli occhi azzurri quando parla di Gualtiero Marchesi. Sarei stata ad ascoltarlo per ore.  Ci siamo emozionati tutti nel vedere l’affiatamento familiare tra Aimo Moroni e i suoi Alessando e Fabio e nel farci raccontare i 50 anni di attività di una delle mecche della cucina milanese.

E quando ho chiesto a Matias Perdomo cosa fa quando non cucina, mi sono sentita rispondere che si alza alle tre del mattino per andare al mercato del pesce.

Eppoi  Davide Oldani, che ha scelto di raccontarsi insieme al suo maestro Michel Roux, un uomo straordinario con l’entusiasmo intatto e un’aurea di energia positiva da contagiare tutto l’ippodromo.

Ma aldilà del fatto che oggi gli chef sono “celebrità”, e sono sotto l’occhio dei riflettori, io ho proprio avuto l’impressione (anzi una tangibile e concreta certezza) di aver conosciuto un gruppo di professionisti realmente consapevole di star facendo qualcosa di bello e importante. Un gruppo di uomini consci dell’energia che gravita attorno a loro, senza esserne sopraffatti e senza quindi farsi montare la testa, e che non chiedono altro di poter rispondere a quell’energia, nel modo migliore che hanno per farlo: emozionarci con i loro piatti.

Ok, la loro cucina è strepitosa, ma quello che mi ha colpito è che il loro lavoro non è fine a se stesso: vogliono insegnarci a mangiare, educarci alla qualità, al gusto. E lo fanno con un impegno a cui oggi non siamo più abtuati: i primi a spignattare in cucina 15 ore al giorno per un mestiere totalizzante, umili quanto basta per un lavoro che è sempre ad alto tasso di redemption, che ogni sera ti mette alla berlina del primo che passa, assaggia senza comprendere, e magari ti sputtana sul suo blog.

Non vogliono parlare di se stessi, della loro vita, vogliono parlare della loro cucina. Conoscete forse qualche altro tipo di mestiere in grado di trasmettere tutto ciò?

Non sarebbero forse ottimi modelli di impegno, senso del dovere e soddisfazione? E allora, per una volta, soffermiamoci a pensare a questi uomini per quello che fanno ogni giorno e sono riusciti a fare: spesso lavorano sin da giovanissimi, vivono in cucina, pochi grilli per la testa e tanta, tanta passione per il proprio lavoro. Hanno riabilitato una professione manuale, ci stanno insegnando a mangiare dopo che decenni di consumismo ci hanno fatto perdere i sapori originari.

Ma soprattutto, approfittiamo della loro ribalta per farci contagiare dal loro entusiasmo e carpire gli ingredienti del successo che li sta baciando.

Talento, quello è indispensabile. Fortuna, un pizzico serve sempre. Ma serietà, costanza e impegno: quelli non te li regala nessuno.

Te li guadagni giorno per giorno, anno per anno, con scelte rischiose, con la difficoltà di restare a galla in un settore (soprattutto ora inficiato dalle stelline della popolarità e della moda) che fa in un attimo a masticarti e risputarti via.

Andrea Provenzani, Daniel Canzian, Fabio Pisani, Alessandro Negrini, Andrea Aprea sono miei coetanei, figli di questa nostra generazione un po’ sfasata, lasciata a se stessa e in mutande da una società che non era quella che ci era stata promessa. Sarà per questo che mi hanno così colpita, e per una volta non voglio parlare dell’equilibrio dei loro piatti, del servizio o del prezzo dei loro ristoranti.

Sarà che fuori tira un aria di terrore, che nessuno è in grado di capire cosa succederà al nostro Paese e a noi che ci sentiamo così piccoli e impotenti.

Sarà quel che sarà, oggi mi vien solo da scrivere che se ognuno di noi avesse un decimo della passione che Matias Perdomo, Davide Oldani, Andrea Berton, Ernst Knam e gli altri chef che ho incontrato a Milano mettono nel loro lavoro, forse..sarebbe un mondo migliore.

Io con Michel Roux - Foto di Lea Anouchinsky

Identità di Libertà: foodie day a San Marino

Quella di San Marino è la più piccola, e tra le più antiche Repubbliche del Mondo. Sicuramente una delle più titolate a parlare di libertà. Se non altro, per dar seguito al riconoscimento che l’Unesco le ha attribuito nel 2008, inserendola nella lista dei Patrimoni, in quanto millenario presidio democratico e faro di democrazia e libertà.

A San Marino oggi si è tenuta la seconda edizione di Identità di Libertà, l’evento nato da una costola di Identità Golose, che ha portato sul Titano alcuni tra i più importanti nomi della gastronomia italiana per una fusion gastronomica tra piatti degli chef più famosi, idee, rivoluzioni, tradizioni ed eccellenze del territorio.

Paolo Marchi, padrone di casa, ha presentato uno show cooking no-stop in cui si sono alternati sette personalissimi modi di intendere l’arte culinaria e l’artigianato del gusto: Sergio Motta, Simone Padoan, Andrea Aprea, Massimo Bottura, Alessandro Gilmozzi, Moreno Cedroni e Gianluca Fusto. Sette icone della cucina italiana, ognuno con spiccatissime personalità gastronomica, tecnica e filosofia. Dalla carne d’autore alla pizza gourmet, dalla pasta second hand all’arte applicata al pesce, passando per una lectio magistralis di Massimo Bottura che, oltre a presentare tre piatti strepitosi, ha declamato il decalogo artusiano.

Ma andiamo per ordine, raccontando ora per ora di una giornata very foodie!

Apre le danze Sergio Motta, il macellaio-ristoratore di Inzago che ci catapulta nel mondo della carne: cruda, cotta, frollata e prima di tutto allevata con bionaturalità assoluta.

Lo segue Simone Padoan, titolare della pizzeria I Tigli a San Bonifacio (Verona) che, con l’intento di cambiare un mestiere – quello del pizzaiolo – e riabilitare il vero piatto unico all’italiana, ha intrapreso un percorso di ricerca ed eccellenza lavorando sull’impasto (usando lieviti madre a pasta acida e un procedimento di lievitazione e lavorazione a fasi successive che, tra le altre cose, gli impone di essere aperto solo a cena perché…durante il giorno l’impasto si prepara) e sulle materie prime: solo prodotti di stagione e solo prodotti freschi che vengono sempre aggiunti separatamente (crudi o cotti che siano) al disco di pasta cotto nel forno. Una vera e propria rivoluzione per una pizza eccezionale che Padoan ha presentato alla platea di San Marino in tre varianti: tradizionale (pizza con pomodoro datterino e mozzarella di bufala), classico (focaccia con casatella, senape, piselli e carne marinata), e innovativo (pizza con carciofi e gamberi crudi e ricotta di bufala).

Dal Veneto a Napoli, senza muoversi (noi comodi in poltrona), con Andrea Aprea chef che, sempre con un’intenzione riabilitativa nei confronti di un piatto, ci propone di recuperare la pasta in una frittata gustosa: bucatini a cubetti, con ciccioli napoletani e concentrato di pomodoro, fritti in padella e serviti come finger food, e spaghetti di Gragnano con caciocavallo podalico, fave e pancetta, impanati con pane di segale e sempre fritti in cubetti succulenti. Una tradizione antica Napoletana (che forse affonda le radici nella tradizione borbonica) e non così inusuale, come precisa Gabriele Zanatta, dando perfino un indirizzo foodie: Antonio Tubelli a Napoli.

Dopo il pacchero fatto con una patata di Aprea, la fame si fa indomabile e si aprono le porte del buffet in cui si intersecano, magistralmente orchestrati dallo chef autoctono Luigi Sartini il Menù d’Autore e i prodotti tipici del Territorio.

Nel primo, si fanno amare: il sandwich dedicato a San Marino di Simone Padoan, i Mezzi Paccheri limone, pecorino e pomodoro (superlativi!) di Aprea, il Krapfen con maionese d’alghe e anguilla brasata di Gilmozzi

e l’eccezionale dessert di Fusto che, semplicemente (?), ha il gusto del verde: crema di sedano, insalata di finocchi e mele Granny Smith e cialdina di finocchietto selvatico. Servito con bevanda di benessere a base di verdure.

Ne mangerei una tonnellata, ma evito.

Dopo il pranzo è tempo di Massimo Bottura. Il celebrity-chef della giornata, che mixa arte culinaria a quella oratoria regalandoci oltre a piatti libidinosi una vera lezione di vita e di amore.

Il suo primo piatto è ispirato a quello che la mucca mangia e ci restituisce dopo al pascolo, il secondo è un omaggio alle trattorie di Cesenatico, le lumachine e la scarpetta, e il terzo è dedicato all’Unità d’Italia, con una carrellata di eccellenze in tocchetti: nocciole del Piemonte, Olive Taggiasche, amarena di Modena e giù fino ai capperi e alla mandorla amara che Massimo, tiene a precisare, arriva dal Caffè Sicilia (leggi: Corrado Assenza, please!).

Tra un piatto e l’altro, un vero e proprio omaggio a Pellegrino Artusi, il romagnolo che primo fra tutti ha riunito l’Italia a tavola nel 1870, definito dallo chef “un visionario”.

Poi è stato il turno di Alessandro Gilmozzi, chef e padron del Molin a Cavalese.

Lo ritrovo a distanza di due anni da un’indimenticabile cena, e ci propone piatti a base di licheni. Assaggio i suoi rocher e il miele di melo, ma rimango estasiata dal dessert che mi lascia in bocca un persistente sapore di bosco. Fantastico.

Ma, per me, la vera rivelazione della giornata è Moreno Cedroni che con i tre sushi (a colori, il figlio dei fiori e il selvaggio) e i racconti delle giornate trascorse a bordo di Sette Mosse mi ha fatto salire una irrefrenabile voglia di andare a cena al Clandestino.