Basta, basta, vi prego. Basta usare la parola “multitasking” ogni qual volta ci si riferisce alla giornata delle donne, alla vita delle donne. E’ un autogol, un suicidio, la cronaca di una morte annunciata. Rincorrere il “riuscire a fare tutto”, come se il multitasking fosse una dote (io la leggo come una punizione), ci fa perdere in partenza perché è impossibile riuscire a fare tutto. Evviva i compromessi allora. Vedo spuntare aneliti di ragionevolezza quando leggo aggettivi come “imperfetta” accanto alla parola mamma (mi riferisco alla nuova web serie “Mamma Imperfetta” online su Corriere.it), e ancor di più quando sento che i vecchi femminili che si rifanno il look (come Donna Moderna, per esempio) usano il registro dell’autoironia e non più del prendersi troppo sul serio. Proprio Donna Moderna per promuoversi sta usando un claim che mi piace e che mi fa subito sentire quel magazine “amico” e non, come avviene il più delle volte, un generatore automatico di ansie da prestazione. Il claim a cui mi riferisco è questo: “mi piace alzarmi presto e andare a correre. Lo faccio almeno due volte all’anno”. Ecco, quando ho letto questo spot mi sono sentita meglio e ho tirato il fiato. Provo il sentimento opposto a quando invece leggo cose come: “Cellulite? Inizia il conto alla rovescia. Primi risultati in 2 settimane. Contro gli inestetismi della cellulite (cit. Pupa)”…che ansia i conti alla rovescia e l’immagine di un cronometro mi ricorda le corse contro il tempo (che non ho) e via di sensi di colpa e frustrazioni. O come quando l’occhio mi cade sul volto di una ragazza photoshoppata all’inverosimile (si, dai, lo so perfettamente che non esistono in natura donne dalla pelle perfetta come fosse porcellana, senza pori, ombre, peli superflue e dall’incarnato luminoso ma opaco e dalle sopracciglia dipinte ed equilibrate) che dice: “Anche lo sguardo ora ha il suo siero di giovinezza, Liftactive Serum 10 occhi e ciglia, effetto lifting e sguardo illuminato. Le ciglia appaiono fortificate e densificate”, tipo che mi devo preoccupare anche del tono e della giovinezza delle mie ciglia adesso? Ecco, esiste un centimetro del mio corpo di cui non mi debba preoccupare? Credo di no. Ma torniamo al multitasking, ossia all’arte appiccicata al genere femminile di essere: mogli, mamme, belle, in carriera, sportive, sociali, cuoche perfette e tutto contemporaneamente. Più che una dote, dicevo, è una schiavitù che ha il solo risultato di farci sentire inadeguate, frustrate e schizofreniche. Non è possibile riuscire a fare tutto. Come non è possibile assomigliare alla modella photoshoppata che non esiste in natura. Rincorrere la perfezione, ossessionarsi, è una mancanza cronica: perfetto è irraggiungibile. Dunque io vi propongo di accettare l’imperfetto, l’incompiuto, il vero, il manchevole, il compromesso, il lento, lo sbagliato, il vero. La verità non è perfetta, è semplicemente vera. E mi viene in mente un libro di cui ho letto in occasione della giornata mondiale della lentezza, che era lunedì scorso, e che si intitola “La nobile arte del cazzeggio”, un manuale per procrastinatori cronici scritto da John Perry (e non a caso è scritto da un uomo: loro mica si sono fatti inguaiare con questa storia del multitasking) che spiega come dedicarsi alle attività squisitamente inutili. Meglio ancora, se volessi avvalorare questa mia teoria anti-multitasking con un vago sentore filosofico esistenzialista, dovrei richiamare il concetto dell’hic et nunc, il qui e ora, che elogia il vivere la situazione presente. Concetto che è diametralmente opposto all’idea schizofrenica del fare tutto e che porta le persone cosiddette multitasking a fare più cose contemporaneamente, senza godersi quel che fanno o peggio, pensando a quello che avrebbero dovuto fare o che devono fare dopo. Cosa più che mai vera, l’hic et nunc, in cucina per esempio. Ne parlavo qualche giorno fa con Carla Brigliadori, la responsabile dei corsi di cucina di Casa Artusi, esperta di cucina domestica e naturalmente delle ricette del grande gastronomo romagnolo. Carla è decisamente convinta di una cosa: per cucinare serve tempo dedicato e attenzione. Non è una cosa da fare “nel frattempo”, o di corsa. Ecco, per dire, non ce la vedo a fare una delle ansiogene ricette “salva cena” che prepara Benedetta Parodi in 7 minuti rincorsa da un cronometro e dalle voci registrate dei suoi figli che le ricordano i secondi che mancano, quello sì che è l’antitesi del cucinare. Ovvio, non abbiamo il tempo ogni giorno di cucinare all’Artusi-maniera, ma quando decidiamo di farlo, allora dobbiamo prenderci il tempo per farlo bene, gustandoci quel momento e quelle attività. Sarà un esperienza che ci arricchisce, vedrete. Fidatevi di me. Fate questa prova già da subito, con una cosa semplice come un piatto di insalata per esempio. Siete di quelle persone che acquistano l’insalata già lavata e tagliata in busta? Ecco in questo caso per voi fare un’insalata è un gesto che non aggiunge nulla alla vostra giornata: andate al supermercato, prendete una busta a caso, tornate a casa, la aprite, la versate in una ciotola, la condite e ve la mangiate. Nel frattempo magari avete telefonato a un amico, acceso la televisione, e magari state pure mangiando in piedi. Quest’esperienza multitasking di mangiare l’insalata sarà completamente ininfluente nella vostra vita, non vi avrà regalato nulla di nuovo, domani ve ne sarete già dimenticati. Invece se comprate un caspo, scegliete quello che vi piace di più, ve lo portate a casa, lo pulite, lo lavate, lo asciugate, tagliate con cura le fette più grosse, le disponete in una ciotola, preparate un’emulsione con olio, aceto, sale e qualche goccia di limone, lo condite con cura, vi sedete e mangiate l’insalata…probabilmente avrete impiegato qualche minuto in più per la preparazione, ma questa banale esperienza dell’insalata vi avrà reso persone diverse: non fraintendete, non accenno a nulla di metafisico, solo che per esempio la prossima volta comprerete un altro caspo, lo laverete diversamente, o anche solo semplicemente avrete comunque la consapevolezza di avere trasformato una materia: un caspo è diventato un’insalata. Avrete anche risparmiato, perché se leggete l’etichetta dell’insalata in busta noterete che ha un costo al chilo che si avvicina a quello di una pepita d’oro…e allora, converrete con me che tutto questo multitasking… è solo una grandissima fregatura!
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Uomo + Donna + Barbecue: conversazioni inutili e di genere attorno a una griglia
La primavera mi ispira sempre una serie di pensieri sul tema delle donne, degli uomini e del barbecue. Faccio anche considerazioni di maggior spessore, credetemi, ma questa cosa proprio mi diverte… Ne ho scritto un po’ ovunque, anche nel numero di maggio Casaviva che sarà in edicola tra pochi giorni, ho dedicato le pagine Ricette e Racconti alla cucina al barbecue, con tante ricette per cucinare un intero menu davanti alla griglia. Per Casaviva ho fatto cucinare gli uomini e proprio per questo, per il fatto che da sempre il barbecue è affare di maschi, mi sono divertita ad agitare qualche discussione in qua e in là. Se ne avete voglia, se anche voi sentite dal vostro terrazzo i primi odorini di carne abbrustolita, allora sollazzatevi con queste righe, tanto a cucinare..ci pensa lui.
L’ultima frontiera della parità di genere è la griglia?
Per chi è attento al mondo del cibo e ai suoi riti, in primavera accadono due cose memorabili: è la stagione degli asparagi e si accendono i barbecue. Vi parlerò dei secondi. Fateci caso, i giardini e i terrazzi dei vostri vicini di casa iniziano a emanare odori di carne grigliate, verdure e polli allo spiego, e si consuma il rituale collettivo della cucina al barbecue: un uomo, solo, davanti al suo barbecue. Si perché a questo rituale partecipano come attori, quasi esclusivamente, gli uomini. Vi sfido a trovare una donna alla griglia. Il barbecue è solo per tizi virili e barbuti? CONTINUA QUA
Uomini e Barbecue: il gastrosexual è un’altra cosa
C’è solo una cosa più esasperante di un uomo che non sa cucinare: un uomo che non sa cucinare ma ha un barbecue. E quel che è peggio, se ne definisce uno “specialista”. Da qualche parte ho letto che “un uomo deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un’invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto saporito, battersi con efficienza, morire valorosamente. La specializzazione va bene per gli insetti.” Nella lista non è specificato il modo in cui cucinare il maiale macellato per ricavarne un pasto gustoso; ma tra le righe, milioni di uomini in tutto il mondo vi leggono una parola sola: barbecue. CONTINUA QUA
Io, lui e il BBQ
Qualche sera fa sono andata a un corso di cucina al barbecue, organizzato da I Signori del Barbecue a Bologna. A casa mia il barbecue è roba da uomini: nel senso che io non mi ci posso avvicinare. Mica si scherza, il barbecue è ferro e fuoco, un affare per veri maschi. A me il compito di preparare le cibarie e ripulire i piatti. Chi ha un compagno fuochista, sa esattamente quello che intendo. Ma non son qui per far la guerra dei sessi. Vorrei condividere con voi alcune preziose informazioni che ho imparato alla lezione di cottura al barbecue, in modo da sconfiggere il vostro lui almeno nella parte teorica, con qualche domanda da mandarlo fuori di testa. Per esempio, provate a chiedergli: stai procedendo come da reazione di Maillard? Lui impallidirà. Oppure, credi che la cottura indiretta sia da preferire per le tue salsicce? Ma anche spiazzarlo proponendo un: perché non ci facciamo una pizza al barbecue? CONTINUA QUA
Da Nadia Santini a Marissa Meyer: il posto di una donna è dove vuole essere
Ieri ho scritto un post per Dissapore a proposito di donne. Ne è nato uno scoppiettante dibattito e ho pensato di proporlo anche qua, in modo che se vi fa piacere (a me lo farebbe molto) potete postare anche il vostro pensieri su questo argomento. Grazie.
“Sto per esibirmi in un intricato pensiero femminista (che mi rispedirete addosso come un boomerang, già lo so) a proposito di donne, successo ed emancipazione. Mettevi comodi. E’ l’attualità di questi giorni che mi ha stimolato la ricerca di un fil rouge tra Nadia Santini (chef del ristorante Dal Pescatore che sarà premiata come migliore chef donna del mondo in occasione della notte dei World’s 50 Best Restaurants del 29 aprile prossimo a Londra), Marissa Meyer (in pochi mesi passata dall’essere un’icona di genere per la nomina ad AD di Yahoo a soli 37 anni e con una gravidanza in corso, al diventare una specie di mostro sorellicida per aver vietato il telelavoro in azienda), Sheryl Sandberg (Lady Facebook, numero due dell’azienda, per Forbes è la quinta donna più potente del mondo e autrice del libro manifesto femminista “Facciamoci Avanti”), ma anche Margaret Thatcher, per dire.
Sono le donne più chiacchierate del momento e leggendo le loro biografie l’ho trovato quel fil rouge che cercavo:
il posto di una donna è dove vuole essere.
Sottotitolo per i duri d’orecchie: si può essere una donna di successo in tanti modi, l’ultima frontiera della parità di genere è l’individualismo, fatevene una ragione, quindi conviene uscire dagli stereotipi e dai pregiudizi più incancreniti (di cui siamo vittime come lettori e come narratori) secondo i quali le donne devono passare le loro giornate contorcendosi in un impossibile equilibrio tra mammismo e carrierismo, uscendone sempre sconfitte o nel migliore dei casi stanchissime.
Ricordate il post su Cristina Bowerman? Andatevi a rileggere certi commenti. Sono abbastanza convinta che le lotte femministe condotte dalle nostre mamme fossero per avere posti di potere nelle aziende o per sviluppare la propria iniziativa imprenditoriale, non certo per fare a pezzi ogni donna di successo che è riuscita nella sua impresa ricordandole i doveri materni, o augurandole un posto all’inferno. Succede ogni volta: il posto delle donne è sempre quello sbagliato, semplicemente perchè non si vuole ammettere che certe volte, sempre di più, le donne ce la fanno ad avere esattamente ciò che desiderano.
Ma voglio tornare a Nadia Santini e alla sua storia, perché mi auguro che il suo esempio possa rinnovare il dibattito sulle donne nelle cucine. E sulle donne in generale.
Uno dei profili più belli della Santini lo ha scritto Eleonora Cozzella su Espresso.it “Ha sensibilità e tecnica, gusto, passione e rigore, attenzione a tutto ciò che la circonda, vicino o lontano. Il suo aspetto e la voce delicati sono in realtà la pacatezza di chi è sicura di sé e celano la forza e la grinta di pochi altri colleghi, uomini inclusi. Ne risulta uno stile di carattere e fascino, una cucina cortese e pacifica, un viaggio alla scoperta di nuove sensazioni gastronomiche”.
Io non conosco la signora Nadia personalmente, ma di donne chef ne ho conosciute parecchie, e se tutte hanno una storia diversa è anche vero che in loro ritrovo la stessa grinta e determinazione. Quello della cucina, come quello di guidare un’azienda, è un mestiere che a certi livelli lo fai se lo sei, se non puoi farne a meno, se non vorresti essere da nessun altra parte tranne che dietro a quei fornelli o a quella scrivania.
Mi piace pensare che Nadia Santini abbia una storia di questo tipo, che si incastra perfettamente a quella della sua famiglia, al suo matrimonio, ai figli che ora lavorano con lei e che con lei (forse anche grazie a lei) condividono la passione per la cucina: una storia nuova e fuori dagli stereotipi delle donne lavoratrici costrette a scegliere tra famiglia e carriera. La penso così, come una donna di successo che abbia fatto esattamente quel che voleva fare, non senza sacrifici, proprio come un uomo di successo, forse maggiori, ma se penso a lei non penso alle sue rinunce, penso ai suoi traguardi e l’ultimo di cui è stata insignita credo che sia un grande orgoglio personale e per tutte noi donne.
Che si lavori in una cucina, a Yahoo, o Facebook, ogni donna ha il suo modo di essere di successo che generalmente non prevede scorciatoie ma solo spirito di abnegazione. Marissa Meyer ha detto “non sono femminista, è solo che lavoro sodo”, la Thatcher disse “Non si ottiene nulla senza problemi, mai”, Nadia Santini quando ha saputo del premio lo ha spartito con la famiglia “Sono molto felice e onorata per questo importante riconoscimento. Lo sono per me, per tutto il Dal Pescatore, per la mia famiglia che lavora con me, Antonio mio marito, i miei straordinari figli Giovanni, che dirige la cucina con me, ed Alberto, che dirige la sala e si occupa dei vini, per la mamma di Antonio, che mi ha trasmesso molti segreti e per Valentina, moglie di Giovanni, attiva nel ristorante”.
Insegnandoci forse un’ennesima personale via di essere mamma, moglie e donna di successo.”
E finalmente parla Ashley Judd. Di cosa? Di come gli altri parlano di lei e del suo aspetto
I media hanno recentemente detto di tutto a proposito dell’aspetto paffuto di Ashley Judd, ma questa volta è lei a scriverne, convinta di non essere l’unico bersaglio di queste “attenzioni” ma certa che ogni volta che una donna viene chiacchierata in base alla propria figura si compia un atto misogino contro tutte le donne.
Abituata da sempre ad essere oggetto di maldicenze e pettegolezzi a proposito del suo viso più paffuto del solito, la Judd ha deciso di far sentire la propria voce affidandola ad un’intervista, perché convinta che l’offesa non sia una questione personale, ma di genere: lei come ogni donna (tutte noi) prima o poi ci siamo sentite giudicate, discriminate, chiacchierate, valutate sulla base del nostro aspetto fisico. Ve ne consiglio
la lettura: cliccate qui.
Le 20 bugie che le donne dicono sul cibo
Bisogna essere magre, o almeno desiderare di diventarlo: per questo ogni giorno le donne mentono agli altri e a se stesse quando si tratta di cibo.
Esilaranti ma anche deprimenti, a pensarci bene, i risultati dello studio condotto a Timex Multisport Team su un campione di donne inglesi e ripreso dal Daily Mail, mettono nero su bianco la cruda realtà di noi donne. Ognuna di noi, io compresa, mentiamo più di una volta al giorno su cosa e quanto mangiamo. Non ci credete? Ingenue…non vi siete mai sentite dire: ma è solo una piccola porzione, oggi non ho praticamente pranzato, e così via…fino a quando (cosa che io adoro fare) dopo un pranzo luculliano, mettete il dolcificante nel caffè al posto dello zucchero..(mi fa sentire meno in colpa).
A forza di indulgenze, omissioni e prese in giro, secondo il citato studio, sono ben 474 le bugie che ogni anno diciamo. I cibi su cu mentiamo più spudoratamente sono il cioccolato, le patatine e il vino. Ma in generale le bugie più classiche sono quelle legate al junk food (io? Quella roba non la mangio…) o, peggio, il negare l’evidenza (ho bevuto solo un bicchiere…ma in realtà erano almeno tre).
Ce la raccontiamo insomma. Perché? Perché non è socialmente accettabile che noi non ci sentiamo in colpa. purtroppo nella società in cui viviamo l’immagine è più importante della realtà, e certe piccole bugie (agli altri e a se stessi) sono tollerate in
virtù di un valore ben più alto, quello dell’apparenza: nessun vuol essere visto mangiare più di quanto dovrebbe..





