E’ l’uomo dell’anno della gastronomia italiana. Inserito dal Wall Street Journal tra i dieci migliori chef italiani, nel 2010 ha ottenuto la prima stella Michelin e, grazie alla sua cucina, il borgo di Torriana (in provincia di Rimini) è la nuova mecca dei food hunter.
Lui è Pier Giorgio Parini, 33 anni, chef del Povero Diavolo prestato per qualche ora al Festival dell’Arte Contemporanea di Faenza per una chiacchierata informale al Museo Carlo Zauli con Massimiliano Tonelli, direttore del magazine Artribune, sulle affinità tra arte e cibo.
“Tutte queste attenzioni e questi apprezzamenti fanno piacere, ma bisogna rimanere se stessi. Io vado avanti per la mia strada, senza cercare scorciatoie” dice Parini con uno spiccato accento riminese. Da cinque anni alla guida della brigata del Povero Diavolo, la sua formazione si è perfezionata tra la scuola alberghiera e la pratica presso la cucina tristellata dei fratelli Alajmo, i suoi “maestri”, al ristorante Le Calandre di Padova. “In cucina si impara, il nostro è un lavoro molto pratico. Io ho imparato, ho visto e memorizzato ma poi devi dimenticare tutto e ripartire da zero per fare una strada personale e non essere paragonabile ad altri: le tecniche servono, ma poi, devi metterci del tuo.”
Talento, impegno, costanza e tante ore passate in cucina. “Non in tv o alle fiere del weekend. Partecipo solo agli eventi che mi interessano e che mi fa piacere fare. Sono contrario a questa esplosione di incontri, perché li trovo nocivi. Sono talmente fitti che ormai si ha l’ansia da prestazione. Ti impongono di fare una ricerca continua, ed io preferisco farla al mio ristorante.”
E infatti Parini è in continua ebollizione, con un’urgenza di creare che lo porta a raccogliere ogni spunto e suggestione per cimentarsi in nuovi piatti e sperimentazioni. “Tutto ha inizio con un’idea. Non parto da un sapore, né da un ricordo. A volte basta una chiacchiera, una passeggiata, mi viene l’idea in mente e quindi il mio obiettivo diventa realizzarla”.
La sua è una cucina “di mercato” che ama e rispetta la materia prima, “quando si scelgono i prodotti da utilizzare è importante conoscere la faccia di chi li produce”, la stagionalità e il territorio: usa cortecce, foglie, erbe selvatiche che legano indissolubilmente il sapore ad un luogo, e regalano suggestioni.
E se negli ultimi anni gli chef sono visti come vere e proprie celebrità, lui non si è montato affatto la testa “lavoro 6 giorni su 7, per 15/16 ore al giorno: non faccio la vita della superstar.” E quando lui non c’è il ristorante è chiuso, in rispetto agli ospiti che fanno tanta strada per arrivare a Torriana per cenare e magari scambiare due chiacchiere con lo chef.
E proprio grazie a fuori classe dell’enogastronomia come Parini, si sta creando in Romagna un vero e proprio distretto del gusto, in grado di attirare sempre più interesse verso il patrimonio di sapori e tradizioni locali.
Scritto per SETTE SERE