Basta, basta, vi prego. Basta usare la parola “multitasking” ogni qual volta ci si riferisce alla giornata delle donne, alla vita delle donne. E’ un autogol, un suicidio, la cronaca di una morte annunciata. Rincorrere il “riuscire a fare tutto”, come se il multitasking fosse una dote (io la leggo come una punizione), ci fa perdere in partenza perché è impossibile riuscire a fare tutto. Evviva i compromessi allora. Vedo spuntare aneliti di ragionevolezza quando leggo aggettivi come “imperfetta” accanto alla parola mamma (mi riferisco alla nuova web serie “Mamma Imperfetta” online su Corriere.it), e ancor di più quando sento che i vecchi femminili che si rifanno il look (come Donna Moderna, per esempio) usano il registro dell’autoironia e non più del prendersi troppo sul serio. Proprio Donna Moderna per promuoversi sta usando un claim che mi piace e che mi fa subito sentire quel magazine “amico” e non, come avviene il più delle volte, un generatore automatico di ansie da prestazione. Il claim a cui mi riferisco è questo: “mi piace alzarmi presto e andare a correre. Lo faccio almeno due volte all’anno”. Ecco, quando ho letto questo spot mi sono sentita meglio e ho tirato il fiato. Provo il sentimento opposto a quando invece leggo cose come: “Cellulite? Inizia il conto alla rovescia. Primi risultati in 2 settimane. Contro gli inestetismi della cellulite (cit. Pupa)”…che ansia i conti alla rovescia e l’immagine di un cronometro mi ricorda le corse contro il tempo (che non ho) e via di sensi di colpa e frustrazioni. O come quando l’occhio mi cade sul volto di una ragazza photoshoppata all’inverosimile (si, dai, lo so perfettamente che non esistono in natura donne dalla pelle perfetta come fosse porcellana, senza pori, ombre, peli superflue e dall’incarnato luminoso ma opaco e dalle sopracciglia dipinte ed equilibrate) che dice: “Anche lo sguardo ora ha il suo siero di giovinezza, Liftactive Serum 10 occhi e ciglia, effetto lifting e sguardo illuminato. Le ciglia appaiono fortificate e densificate”, tipo che mi devo preoccupare anche del tono e della giovinezza delle mie ciglia adesso? Ecco, esiste un centimetro del mio corpo di cui non mi debba preoccupare? Credo di no. Ma torniamo al multitasking, ossia all’arte appiccicata al genere femminile di essere: mogli, mamme, belle, in carriera, sportive, sociali, cuoche perfette e tutto contemporaneamente. Più che una dote, dicevo, è una schiavitù che ha il solo risultato di farci sentire inadeguate, frustrate e schizofreniche. Non è possibile riuscire a fare tutto. Come non è possibile assomigliare alla modella photoshoppata che non esiste in natura. Rincorrere la perfezione, ossessionarsi, è una mancanza cronica: perfetto è irraggiungibile. Dunque io vi propongo di accettare l’imperfetto, l’incompiuto, il vero, il manchevole, il compromesso, il lento, lo sbagliato, il vero. La verità non è perfetta, è semplicemente vera. E mi viene in mente un libro di cui ho letto in occasione della giornata mondiale della lentezza, che era lunedì scorso, e che si intitola “La nobile arte del cazzeggio”, un manuale per procrastinatori cronici scritto da John Perry (e non a caso è scritto da un uomo: loro mica si sono fatti inguaiare con questa storia del multitasking) che spiega come dedicarsi alle attività squisitamente inutili. Meglio ancora, se volessi avvalorare questa mia teoria anti-multitasking con un vago sentore filosofico esistenzialista, dovrei richiamare il concetto dell’hic et nunc, il qui e ora, che elogia il vivere la situazione presente. Concetto che è diametralmente opposto all’idea schizofrenica del fare tutto e che porta le persone cosiddette multitasking a fare più cose contemporaneamente, senza godersi quel che fanno o peggio, pensando a quello che avrebbero dovuto fare o che devono fare dopo. Cosa più che mai vera, l’hic et nunc, in cucina per esempio. Ne parlavo qualche giorno fa con Carla Brigliadori, la responsabile dei corsi di cucina di Casa Artusi, esperta di cucina domestica e naturalmente delle ricette del grande gastronomo romagnolo. Carla è decisamente convinta di una cosa: per cucinare serve tempo dedicato e attenzione. Non è una cosa da fare “nel frattempo”, o di corsa. Ecco, per dire, non ce la vedo a fare una delle ansiogene ricette “salva cena” che prepara Benedetta Parodi in 7 minuti rincorsa da un cronometro e dalle voci registrate dei suoi figli che le ricordano i secondi che mancano, quello sì che è l’antitesi del cucinare. Ovvio, non abbiamo il tempo ogni giorno di cucinare all’Artusi-maniera, ma quando decidiamo di farlo, allora dobbiamo prenderci il tempo per farlo bene, gustandoci quel momento e quelle attività. Sarà un esperienza che ci arricchisce, vedrete. Fidatevi di me. Fate questa prova già da subito, con una cosa semplice come un piatto di insalata per esempio. Siete di quelle persone che acquistano l’insalata già lavata e tagliata in busta? Ecco in questo caso per voi fare un’insalata è un gesto che non aggiunge nulla alla vostra giornata: andate al supermercato, prendete una busta a caso, tornate a casa, la aprite, la versate in una ciotola, la condite e ve la mangiate. Nel frattempo magari avete telefonato a un amico, acceso la televisione, e magari state pure mangiando in piedi. Quest’esperienza multitasking di mangiare l’insalata sarà completamente ininfluente nella vostra vita, non vi avrà regalato nulla di nuovo, domani ve ne sarete già dimenticati. Invece se comprate un caspo, scegliete quello che vi piace di più, ve lo portate a casa, lo pulite, lo lavate, lo asciugate, tagliate con cura le fette più grosse, le disponete in una ciotola, preparate un’emulsione con olio, aceto, sale e qualche goccia di limone, lo condite con cura, vi sedete e mangiate l’insalata…probabilmente avrete impiegato qualche minuto in più per la preparazione, ma questa banale esperienza dell’insalata vi avrà reso persone diverse: non fraintendete, non accenno a nulla di metafisico, solo che per esempio la prossima volta comprerete un altro caspo, lo laverete diversamente, o anche solo semplicemente avrete comunque la consapevolezza di avere trasformato una materia: un caspo è diventato un’insalata. Avrete anche risparmiato, perché se leggete l’etichetta dell’insalata in busta noterete che ha un costo al chilo che si avvicina a quello di una pepita d’oro…e allora, converrete con me che tutto questo multitasking… è solo una grandissima fregatura!
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#EarthDay 2013: quelli di Grow The Planet dicono di essere Curvy Foodie Hungry…. (e mi hanno convinta)
Oggi è la Giornata della Terra e il nostro contributo per salvare il pianeta sarà quello di ospitare il progetto Grow The Planet…poi loro si definiscono Curvy Foodie Hungry…quindi, meglio di così? Buona lettura.
Tutti e tre. Il progetto ha un’anima che è donna, nonostante si possa pensare che le tematiche dell’orto social interessino solo i maschietti. GTP ha una percentuale di donne che si attesta attorno al 60%, contro un 40% di uomini. E’ una donna mamma, una donna che lavora, una donna che ama la moda e il design in tutte le sue sfumature.
E’ curvy perchè si basa sul concetto di vivere bene e di alimentazione sana, che tuttavia non è sinonimo di magrezza, nè di una taglia 38, nè di un ossessivo bisogno di essere sempre fisicamente perfetta. Curvy è un altro modo per dire “Con Grow The Planet inizi ad amarti”: il cibo che mangi, lo coltivi da solo sul balcone o sull’orto, ed è mille volte meglio rispetto al ravanello del supermercato.
Per questo è anche foodie: è una riscoperta dei valori tradizionali del cibo, è legame, è passione per se stessi e per gli altri, è esperienza. Ma è anche cibarsi consapevolmente, quindi essere a conoscenza che un ortaggio è fonte di energia e nutrizione indispensabile per la salute di ognuno.
E’ hungry perchè, per esempio, per coltivare e auto – produrre, non servono particolari conoscenze o tecnicismi, ma solo una gran curiosità, interesse e premura. E’ apprezzamento del cibo, e la soddisfazione di portare a tavola prodotti genuini.
Erbizia è donna: quali affinità?
Per GTP l’orto è sicuramente donna e il posizionamento di questo prodotto tende ad avvicinarsi molto di più a quelle che sono le esigenze e i bisogni della sfera femminile. Erbizia non solo è donna, è anche divertente e smart. E’ l’unico giardino aromatico eco-friendly e 100% biologico, dove puoi coltivare erbe fresche, biologiche e deliziose. Un “mini-giardino” contenuto in legno di abete certificato PEFC che consente di auto-produrre, all’interno delle mura domestiche, quattro tipi di erbe aromatiche: erba cipollina, timo, origano e prezzemolo. Erbizia contiene un codice che ti consente di registrare il kit su Grow the Planet. Da quel momento, GTP segue la sua crescita, giorno dopo giorno, con tanti consigli, trucchi e segreti per ottenere delle deliziose erbe aromatiche biologiche da utilizzare per preparare prelibate ricette.
“Coltiva ortaggi, cambia il mondo” è il motto. Meglio ancora se lo fai insieme ad altri. E così è nato Grow The Planet, la community che aiuta tutti a fare un orto in giardino, sul terrazzo, sul balcone o sul tetto in modo facile e divertente. Una tecnologia finalmente concreta, che connette l’ambito virtuale alla vita reale: gli utenti possono incontrarsi e scambiarsi attrezzi e prodotti a km 0 raccolti direttamente dal proprio orto. Scambiare, crescendo. Scambiare, guadagnando in qualità e quantità. Scambiare per migliorarsi: non a caso il claim di GTP recita “It’s time to grow up and make a better world”. Tra le funzioni disponibili ci sono il diario, dove troviamo le attività da svolgere, la bacheca con il meteo della nostra zona e persino le fasi lunari, importantissime nella scelta del momento giusto della semina. Grow the Planet ci assiste per tutta la vita del nostro orto, in qualsiasi parte del mondo noi abitiamo, e in qualsiasi fascia climatica: dalla preparazione del terriccio all’esposizione sul nostro “stand” digitale dei frutti del nostro duro lavoro. Naturalmente, una volta terminato il ciclo di produzione, è possibile eliminare il tutto e ricreare una nuova struttura.
Come festeggia GTP l’Earth Day?
Da qualche anno l’Earth Day in Italia è diventato un momento significativo di sensibilizzazione nei confronti delle tematiche eco – friendly. Tutti noi siamo amanti della Natura, della sua bellezza. Tutti noi abbiamo a cuore il pianeta Terra. E’ per questo che Grow the Planet invita tutti quanti a partecipare in prima persona alla Giornata della Terra, la festa ufficiale dell’ONU prevista per il 22 Aprile che celebra l’ambiente e la salvaguardia dell’ecosistema. Puoi diventare tu stesso testimonial della campagna, insieme a Grow the Planet: scattare una foto di te stesso, o del tuo orto, che dimostri la tua adesione. Impugna un cartello con scritto “Io ci tengo” o piantalo in un vaso o in un’aiuola del tuo orto.
Condividi poi la foto con noi:
- tramite e-mail info@growtheplanet.com
- sulla nostra pagina Facebook
- su Twitter con gli hashtag #iocitengo #shoot4planet #iearth e menziona @growtheplanet
Creeremo poi un album che le raccoglie tutte!
Noi “ci teniamo” e voi?
Uomo + Donna + Barbecue: conversazioni inutili e di genere attorno a una griglia
La primavera mi ispira sempre una serie di pensieri sul tema delle donne, degli uomini e del barbecue. Faccio anche considerazioni di maggior spessore, credetemi, ma questa cosa proprio mi diverte… Ne ho scritto un po’ ovunque, anche nel numero di maggio Casaviva che sarà in edicola tra pochi giorni, ho dedicato le pagine Ricette e Racconti alla cucina al barbecue, con tante ricette per cucinare un intero menu davanti alla griglia. Per Casaviva ho fatto cucinare gli uomini e proprio per questo, per il fatto che da sempre il barbecue è affare di maschi, mi sono divertita ad agitare qualche discussione in qua e in là. Se ne avete voglia, se anche voi sentite dal vostro terrazzo i primi odorini di carne abbrustolita, allora sollazzatevi con queste righe, tanto a cucinare..ci pensa lui.
L’ultima frontiera della parità di genere è la griglia?
Per chi è attento al mondo del cibo e ai suoi riti, in primavera accadono due cose memorabili: è la stagione degli asparagi e si accendono i barbecue. Vi parlerò dei secondi. Fateci caso, i giardini e i terrazzi dei vostri vicini di casa iniziano a emanare odori di carne grigliate, verdure e polli allo spiego, e si consuma il rituale collettivo della cucina al barbecue: un uomo, solo, davanti al suo barbecue. Si perché a questo rituale partecipano come attori, quasi esclusivamente, gli uomini. Vi sfido a trovare una donna alla griglia. Il barbecue è solo per tizi virili e barbuti? CONTINUA QUA
Uomini e Barbecue: il gastrosexual è un’altra cosa
C’è solo una cosa più esasperante di un uomo che non sa cucinare: un uomo che non sa cucinare ma ha un barbecue. E quel che è peggio, se ne definisce uno “specialista”. Da qualche parte ho letto che “un uomo deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un’invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto saporito, battersi con efficienza, morire valorosamente. La specializzazione va bene per gli insetti.” Nella lista non è specificato il modo in cui cucinare il maiale macellato per ricavarne un pasto gustoso; ma tra le righe, milioni di uomini in tutto il mondo vi leggono una parola sola: barbecue. CONTINUA QUA
Io, lui e il BBQ
Qualche sera fa sono andata a un corso di cucina al barbecue, organizzato da I Signori del Barbecue a Bologna. A casa mia il barbecue è roba da uomini: nel senso che io non mi ci posso avvicinare. Mica si scherza, il barbecue è ferro e fuoco, un affare per veri maschi. A me il compito di preparare le cibarie e ripulire i piatti. Chi ha un compagno fuochista, sa esattamente quello che intendo. Ma non son qui per far la guerra dei sessi. Vorrei condividere con voi alcune preziose informazioni che ho imparato alla lezione di cottura al barbecue, in modo da sconfiggere il vostro lui almeno nella parte teorica, con qualche domanda da mandarlo fuori di testa. Per esempio, provate a chiedergli: stai procedendo come da reazione di Maillard? Lui impallidirà. Oppure, credi che la cottura indiretta sia da preferire per le tue salsicce? Ma anche spiazzarlo proponendo un: perché non ci facciamo una pizza al barbecue? CONTINUA QUA
Salviamo le crostate!
Si, lo ammetto, ne ho prodotte parecchie di dolci invettive contro il cake design. Rileggendo i post che ho pubblicato negli ultimi mesi, mi autocandido a paladina del “Save The Crostate Movement“: un gruppo di ribelli che non si vogliono piegare alla pasta da zucchero e alla cupcakechizzazione di qualsiasi cosa. Un gruppo per il quale una torta è, prima di tutto, buona da mangiare, indipendentemente dalla forma che assume. Che fine hanno fatto le crostate? Le torte di mele? Le ciambelle? Oscurate mediaticamente dalle wedding cake, birhdate cake, celebration cake: tutte perfette, precise, colorate, adornate. Se fossero donne, direi che sembrano tutte quelle modelle artificiali e ritoccate al photoshop che si vedono nelle riviste. Ma non voglio ripetermi, come dicevo, ne ho già scritto abbastanza.
Qui c’è un pezzo sull’ossessione da cake design, qui potreste capire se siete una crostata o una cupcake, oppure chiedervi che fine hanno fatto le torte brutte, e cosa lega il cake design alla nail art, e infine cosa spinge le donne a trasformarsi in cupcake ambulanti?
Intanto che voi leggete, io mi preparo una crostata con la marmellata di more selvatiche.
Isa, Giovanna e Aurora. Che donne, queste donne!
Gli ultimi giorni sono stati pieni di occasioni per rimpinguare il mio orgoglio emiliano romagnolo. A partire dall’articolo sul Trigabolo che ho scritto per Dissapore, alla nascita del Consorzio di Promozione della Piadina Romagnola (era ora!), alle chiacchiere che ho fatto con Giorgio Melandri a proposito della prossima edizione di Enologica e fino alla serata a cui sono stata invitata da Carlo Vischi per l’evento “Per Tutti i Gusti” che ha avuto come protagonisti chef e produttori Emiliano Romagnoli. Proprio a questa serata, che si è tenuta lunedì scorso allo Sheraton Malpensa, ho scattato la foto che vedete qua sopra, immortalando queste tre grandi donne e chef emiliane. Isa Mazzocchi (del ristorante La Palta di Borgonovo Val Tidone), Giovanna Guidetti (dell’Osteria La Fefa di Finale Emilia) e Aurora Mazzucchelli (del ristorante Marconi di Sasso Marconi). Che bello vedere queste facce femminili nel mondo barbuto e testosteronico delle cucine e degli chef, e sapeste che belle storie hanno da raccontare! Comincio col raccontarvi la storia di Giovanna, che incanta ed emoziona. Un avvocato pentito (anche lei, come me) che a 39 anni ha scelto di cambiare vita e seguire la sua passione, la cucina. Ma andiamo per ordine, state ad ascoltare: era il 1999 e durante una vacanza a Panarea per dedicarsi alle immersioni e a un po’ di relax dopo una brutta malattia che l’aveva costretta a letto per vari mesi, Giovanna resta bloccata sull’isola a causa del mare burrascoso. Il caso volle che durante una cena presso un’osteria di Panarea che cercava un aiuto cuoco Giovanna restò folgorata da quell’intuizione che la spingeva a cambiare vita: si propose per il lavoro estivo in cucina, salutò figlio e marito, e rimase a Panarea. Il suo compito da “aiuto cuoco” consisteva nel pulire pesce sin dalle prime luci del mattino, non se la spassava affatto bene, e anche il suo fisico era molto provato. Allora aguzzò l’ingegno e si inventò una torta di mandorle talmente buona che all’osteria andava a ruba: passò di grado, da pulitrice di pesce a pasticcera. Poi il resto si racconta da sé: il ritorno a Finale Emilia e la voglia di imparare, corsi e stage in molte cucine e fino alla realizzazione del sogni di aprire un’osteria tutta sua. Sogno avveratosi il 23 ottobre del 2001. La storia di Giovanna che io ho brutalmente sintetizzato è stata raccontata da Alessandra Meldolesi nel libro “Cuochi”, curato da Giorgio Melandri. In quel testo Giovanna risponde alla domanda di come fosse nato il suo amore per la cucina così: “Quando siamo rimasti orfani avevo circa 30 anni, ma mio fratello minore ne aveva 11 di meno. Ho sentito che il mio scopo era proteggerlo, utilizzando i sapori di casa in modo che anche lui potesse conoscere la cucina della mamma, della nonna, della zia. Anche perché sono sempre stata convinta che mangiare bene aiuta a soddisfare la mente e il corpo, ma soprattutto aiuta a superare i grandi problemi della vita. Per cui mi sono impegnata a fargli da mangiare sempre: pranzo, cena e colazione. Invitavo tanti suoi amici per rendergli la vita più serena.” La Fefa è a Finale Emilia, epicentro del terremoto dello scorso anno. Ma Giovanna appena ha potuto ha riaperto la sua osteria, proprio perché “mangiare bene, aiuta a superare i grandi problemi della vita.”
E poi c’è Isa Mazzocchi, scatenata, che mi piace perché si definisce una cuoca dell’imperfezione (“i fornelli a induzione non mi piacciono, sono troppo precisi”, dice) e porta avanti un ristorante che si tramanda “in via matriarcale”, come tiene a precisare, di generazione in generazione. Una pasionaria, legatissima al suo territorio, che spinge le tradizioni locali e le difende con le unghie e con i denti “Mi chiedo come mai tutti conoscete il kebab ma non conoscete i batarò” (pane battuto da farcire con i salumi piacentini e le maionesi e salse preparate da Isa, ndr.). Io Isa l’ho conosciuta lo scorso novembre a Enologica e mi era subito piaciuta, una cuoca legata a quel che produce il suo orto, già da prima che lo chef-contadino andasse di moda..una cuoca legata al territorio per forza e per sopravvivenza, già da prima che la riscoperta della tradizione fosse cool. Una donna concreta, senza tante “pippe”, che intende la cucina così come la si intende da 4 generazioni, tante son quelle che si tramandano La Palta. Alla faccia di tutti gli chef barbuti e tanto trendy che ora si riempiono la bocca di parole come territorio e tradizione…
E che dire di Aurora? Una furia rossa, giovane e brava, di cui ho già scritto anche su questo blog. Un’ascesa inarrestabile la sua, che a Malpensa ha preparato un raviolo di ripieno con crema di parmigiano e lavanda che ancora me lo sogno.
Io vi consiglio di andarle a trovare queste donne, io non vedo l’ora di farlo; regalatevi un pranzo o una cena al femminile. Ecco gli indirizzi che dovete segnarvi:
Osteria La Fefa, Via Trento Trieste 9/c – Finale Emilia (+ 39 0535 780202) www.osterialafefa.it
Ristorante La Palta, Via Bilegno 1/c – Borgonovo Val Tidone (+39 0523862103) www.lapalta.it
Ristorante Marconi, Via Porrettana, 291 – Sasso Marconi (+39 051846216) www.ristorantemarconi.it
Dice che se non sei mai stato al Trigabolo, non hai visto niente…
Ai gastrofissati under trenta suonerà come un nome di fantasia, ma per chi da più di due decenni bazzica il mondo enogastronomico la parola “Trigabolo” evoca un momento mitologico della cucina italiana, uno dei pochi ristoranti in grado di metter d’accordo tutta la critica. Ne parlavo ieri a cena con Teo, che qualcuno di voi commentatori potrebbe conoscere come Kurt Von Tappen, cresciuto in quel di Argenta a pane e Trigabolo, che a un certo punto mi dice: “Si, tu vuoi fare la foodie, ma se non hai mai mangiato al Trigabolo, ragazza, non hai visto niente….” (CONTINUA QUA)
L’amore ai tempi dei foodblog…
Dichiararsi scrivendo di cibo, mettersi i like a vicenda sulle foto dei piatti al ristorante, commentare ore e ore la ricetta perfetta della carbonara, ritwittare ogni anelito foodie, taggarsi in tutte le foto che riprendono un prodotto ortofrutticolo: tutto questo è amore. O meglio, tutto questo è l’amore ai tempi del foodblog. Scambiarsi le ricette come fossero lettere d’amore, consigliarsi ingredienti e ristoranti come fossero messaggi segreti, in un linguaggio che solo alcuni possono comprendere. Tipo che “parlo di cotture, ma in realtà ti dico che sono cotto…” (CONTINUA QUA)
La Cuoca del Presidente, cosa mi è piaciuto e cosa no
Avevo molta attesa per il film La Cuoca del Presidente. Ne avevo tanto letto e sentito parlare, speravo fosse –finalmente – un bel film sul cibo, una bella storia di cucina aldilà della spettacolarizzazione di essa a cui siamo abituati. Mi è piaciuto, ma non completamente. E vi spiego perché: i temi che tocca in punta di piedi sono quelli che mi stanno a cuore e che cerco sempre di approfondire, ma ahimè, li tocca appunto in punta di piedi, o in punta di forchetta dovrei dire, sono accennati senza un vero e proprio svolgimento. Peccato, ne sarebbe valsa la pena. E allora ho pensato che magari potrebbe nascerne una bella discussione almeno in questo blog, tra noi “cuoche dei nostri personali presidenti“. Non vi svelerò certo la trama, ma vi anticipo alcuni punti sui quali ho riflettuto (per quanto si possa riflettere durante la visione di un film mangiando lupini e semi di zucca..) e sui quali mi piacerebbe avere anche un vostro punto di vista
La cucina francese
Adoro, lo sapete, la cucina tutta panne, salse e barocchismi…dai nomi afrodisiaci che mi fanno pensare alle mie vacanze estive più belle. Mi aspettavo un tripudio di cucina francese, e invece non mi sono alzata dalla poltroncina sufficientemente sazia. Nel sito del film potete trovare qualche ricetta e cimentarvi, io lo farò sicuramente. Il messaggio che passa, che il personaggio della cuoca incarna alla perfezione, è la ricerca della qualità. Un’antitesi tra la cucina di casa, spontanea, verace che cerca le materie prime con una faccia (conoscendone bene i produttori), e quella dei ristoranti laccati. Un tema che oggi è di gran moda (e si spiega anche la sponsorizzazione di Eataly al film), ma che fa della cuoca del Presidente Mitterand (Danièle Delpeuch, il personaggio realmente esistito da cui è tratto il film) una vera e propria pioniera se pensiamo che il film è ambientato alla fine degli anni ottanta.
La Cucina del ricordo, per ritrovare se stessi
E’ quella che il Presidente francese chiede alla sua cuoca: vuole la cucina dell’infanzia, perché anche con un sapore si può ritrovare se stessi. Ed è bellissimo, sappiate. Vi è mai capitato? Mi spiego: anche se siete donne e uomini grandi, può succedere nella vita che a un certo punto vi perdiate. Capita, è spaventevole, ma succede. Poi però tocca ritrovarsi: c’è chi lo fa stando vicino agli amici di infanzia, chi si appiccica una foto di quando era piccino al frigorifero per ricordarsi cosa voleva essere da grande, c’è chi cerca un sapore. (Avete letto Estasi Culinarie di Muriel Barbery? No? FATELO!)
L’odio per le rose di zucchero
Io ci ho letto (ma perchè sono fissata…) una critica al cake design ancora prima che la parola ci invadesse e che la pasta di zucchero si impadronisse di ogni superficie di ogni torta. Il presidente lo dice chiaramente: “mi mettono rose di zucchero sulle fette di torta, io non le sopporto”. Neanche io!
La passione vera: due persone che parlano di cibo potrebbero continuare per ore a farlo..
Un Presidente della Repubblica che spende ore a parlare con la sua cuoca di cucina, di vecchi ricettari e di produttori eroici. Visionario? Pensiamo a Carlin Petrini al posto di Napolitano per esempio….No, qui non si parla di politica. Volevo dire che la cosa che unisce le persone è la passione. Due persone con una passione in comune, hanno un legame speciale. E’ la parola stessa che lo dice: passione! Passa da una persona all’altra e crea feeling.
Cucinare incanta e fa innamorare
E alla fine tutti vogliono bene a questa Cuoca del Presidente, anche gli omoni dell’Antartide (non vi svelo la trama, ho detto!). Perché cucinare è generosità, donarsi, coccolare. E anche se si è apparentemente ruvidi di carattere, di poche parole e poche smancerie, saranno i piatti a dimostrare amore, affetto e voler bene. Se voler bene vuol dire “volere il tuo bene”, chi cucina per noi con il pensiero di farci stare bene, ci ha dimostrato qualcosa di grande.
Montesquieu
A un certo punto, non vi dirò quando, la Cuoca dice una grande verità, citando Montesquieu. Che è un po’ il senso della vita, della cucina e di questo blog: una salute conservata con una dieta troppo severa è una noiosa malattia…
In conclusione, La Cuoca del Presidente è una storia lieve con una trama inesistente. Che poteva dare di più. Che fa venire voglia di pane abbrustolito con burro salato e tartufo (vi ho già detto sin troppo). Ma che consiglio a chi ama la cucina. A voi è piaciuto?
La Marietta che c’è in te!
Anche quest’anno il Comune di Forlimpopoli nell’ambito della 17ª edizione della Festa Artusiana (che si terrà dal 22 al 30 giugno) promuove il concorso nazionale per cuochi dilettanti dedicato o alla fedele governante di Pellegrino Artusi: Marietta.
Si perché Marietta stava ai fornelli provando e riprovando centinaia di ricette, mentre l’Artusi correggeva, rivedeva le dosi, riscriveva i procedimenti, integrava i suggerimenti, spiegava e commentava con riflessioni personali.
“La fedele Marietta” è una figura centrale nell’opera dell’Artusi. In ombra, certo, se l’angolo di visuale è la ribalta letteraria, ma in primo piano se si guarda alla sostanza gastronomica e alla solidità del successo della “Scienza in cucina”. Oltre a parte dell’eredità e ai diritti d’autore di cui si è detto, Pellegrino Artusi a lei dedicò la ricetta del panettone (Panettone Marietta 604, alla quale Artusi non volle mai sostituire la ricetta del dolce milanese), che si trova nel manuale perché “è brava cuoca e tanto buona ed onesta da meritare che io intitoli questo dolce col nome suo, avendolo imparata da lei”.
La città natale di Pellegrino Artusi omaggia le Mariette di oggi. Uomini o donne non fa differenza, l’importante è essere cuochi dilettanti animati dalla passione per i fornelli e realizzare una ricetta ispirata al celebre manuale artusiano. “Figura alta, slanciata; figura giovanile nonostante i capelli bianchi; figura distinta e signorile”, così viene descritta Marietta Sabatini in recenti inediti documenti ritrovati e pubblicati nel volume “Artusi e la sua Romagna”, scritto a tre mani da Luciana Cacciaguerra, Piero Camporesi, Laila Tentoni. Una figura, di certo, fondamentale nella vita di Pellegrino Artusi, se si pensa che proprio a lei il gastronomo romagnolo lasciò in eredità, oltre al lascito di ben lire 8.000, i diritti d’autore de ‘La Scienza in cucina e l’arte di mangiare bene’, assieme al cuoco Ruffilli Francesco.
E alle Mariette del 2013 si rivolge questo concorso che fa della cucina domestica il suo fulcro.
Come partecipare al Premio Marietta:
Le iscrizioni al concorso sono aperte fino a lunedì 3 giugno 2013: tutte le ricette devono pervenire al Comune di Forlimpopoli (P.zza Fratti 2, 47034 Forlimpopoli) indicando “Premio Marietta” entro le ore 13 dello stesso giorno.
Per partecipare occorre inviare una ricetta originale di un primo piatto (pasta fresca o secca o riso) eseguibile in un tempo massimo di due ore. Requisito indispensabile, la presenza di riferimenti alla cucina domestica regionale, alla filosofia e all’opera dell’Artusi, tanto negli ingredienti quanto nella tecnica di preparazione e di presentazione.
La partecipazione (gratuita) è esclusivamente riservata a cuochi dilettanti. Le ricette eseguite devono contenere gli ingredienti (per 5 persone), il tempo di preparazione e il tipo di cottura (forno, fornello, altro), i riferimenti all’opera artusiana. All’interno della busta l’autore dovrà indicare le proprie generalità, un numero di telefono, un indirizzo di posta elettronica, e l’attività lavorativa che attesti lo status di “dilettante” di eno-gastronomia.
Una giuria di esperti selezionerà, fra tutte le ricette pervenute, le cinque finaliste. I cuochi finalisti saranno invitati a cucinare i loro piatti, come di tradizione, durante la 17ª edizione della Festa Artusiana, la kermesse gastronomica in calendario dal 22 giugno al 30 giugno 2013 a Forlimpopoli. La cerimonia ufficiale di premiazione del concorso si svolgerà a Forlimpopoli, nei giorni della manifestazione.
Per il vincitore in palio un premio di 1.000 euro, mentre tutti i finalisti riceveranno 5 Kg di pasta. La giuria sarà composta da esperti e presieduta da Verdiana Gordini, Presidente dell’Associazione delle Mariette che, in nome della cuoca di Artusi, promuove in Casa Artusi la cultura gastronomica di tradizione.
Per info: tel. 0543 749234/5; 0543 743138, info@festartusiana.it, www.pellegrinoartusi.it www.casartusi.it
Siamo tutte Madame Rouge …
Se anche voi, come me, siete arcistanche della cucina in televisione così per come la vediamo ora, e soprattutto delle donne della cucina in televisione, vi piacerà di sicuro conoscere Madame Rouge. Chi è? E’ la nuova protagonista di un format di cucina ideato e realizzato per il web dalla casa di produzione Non Chiederci La Parola di Cristina Sivieri Tagliabue. Madame Rouge, interpretata da Luciana De Falco è una peccatrice in pentola. Personaggio che s’ispira agli anni ’30 e affonda le radici nella cultura del café chantant e nell’avanspettacolo, è nata per sfatare i luoghi comuni sulle donne in cucina, delle donne della cucina, e dei doveri, della cucina. Innovatrice, ironica e disincantata, Madame Rouge, dalla sua salle de bain, racconta un immaginario che mescola cucina, erotismo, uomini e padelle.
In ogni puntata della web series che porta il suo nome, Madame Rouge, racconta ricette gustose ed irripetibili con lo scopo di inserirvi l’elemento cardine, e simbolo, della serie: il peperoncino. Che porterà, finalmente, il piacere a tavola, e la tavola nel letto.
Perché si cucina sempre per un lui, o una lei, e la cucina è anche piacere. O sbaglio?
Madame Rouge ci mostra per la prima volta un incredibile mix di ricette erotiche ironizzando e capovolgendo il modello dei grandi chef e delle signore protagoniste dei format culinari, racconta un modo differente di essere donna: nessuna dieta, ricette da realizzare in pochi minuti, piacere nel vivere la lentezza di una serata, e attenzione ai desideri del proprio corpo.
Potete vedere le puntate della serie sul nuovo canale Donnamoderna.tv, la nuova web tv che propone quotidianamente notizie e contenuti vicini al mondo delle donne, con un canale tematico dedicato alla cucina e format realizzati ad hoc.
Io ve l’ho detto, ma poi decidete voi: volete essere Madame Rouge o una delle altre?










